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	<title>curatorial Archivi - Scuola FuoriNorma</title>
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	<description>formazione del contemporaneo</description>
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		<title>di mestieri fasulli e di altri fatti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Ferlito]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2017 09:04:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[curatorial]]></category>
		<category><![CDATA[ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[Autoritratto]]></category>
		<category><![CDATA[Carla Lonzi]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[curatela]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Iamurri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella che segue è una nota di accompagnamento alla giornata intitolata di mestieri fasulli e di altri fatti, in programma per il 22 aprile. A ispirare il concept, il titolo e il format dell&#8217;iniziativa è il posizionamento di Carla Lonzi (1931-1982), storica dell’arte e filosofa italiana; figura di cruciale importanza per la sua attività di&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quella che segue è una nota di accompagnamento alla giornata intitolata <a href="https://scuolafuorinorma.it/mestieri-fasulli-altri-fatti/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>di mestieri fasulli e di altri fatti</em></strong></a>, in programma per il <strong>22 aprile</strong>.</p>
<p>A ispirare il <em>concept, </em>il titolo e il <em>format</em> dell&#8217;iniziativa è il posizionamento di <strong>Carla Lonzi</strong> (1931-1982), storica dell’arte e filosofa italiana; figura di cruciale importanza per la sua attività di critica indipendente (portata avanti con innegabile passione tra gli anni Cinquanta e fino alla fine degli anni Sessanta) e per il costante impegno politico anche nell’ambito del femminismo (nel 1970 fonda, insieme a Carla Accardi, “Rivolta Femminile”); ma soprattutto per il suo deciso e coraggioso rifiuto di aderire a un modello di critica affermato, consolidato, eppure, ai suoi occhi, decisamente problematico.</p>
<p><a href="https://scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/cover-Autoritratto_LONZI.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-1315 alignright" src="https://scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/cover-Autoritratto_LONZI-225x300.jpg" alt="" width="282" height="376" srcset="https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/cover-Autoritratto_LONZI-225x300.jpg 225w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/cover-Autoritratto_LONZI-768x1024.jpg 768w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/cover-Autoritratto_LONZI.jpg 850w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" /></a> Il celebre &#8220;<strong>Autoritratto</strong>&#8221; (volume edito per la prima volta in Italia nel 1969) racchiude moltissime conversazioni libere tra Lonzi e diversi artisti ai quali la stessa era in qualche modo legata. Dunque, il modo in cui quelle discussioni verbali sono state ri-montate vuole riprodurre la dimensione complessiva di un “convivio” realmente esistito – racconta l’autrice. “Autoritratto”, in sostanza, agisce il rifiuto (del critico) di parlare per conto dell’artista, o al posto suo: Lonzi abbandona ogni pretesa di gestione e controllo e lascia che sia quest’ultimo a parlare da sé e per sé. Anziché condurre le interviste con domande prestabilite, l’autrice fa in modo che sia l’artista a scegliere le modalità, i temi, i termini e i tempi più adeguati per raccontarsi. Il volume del &#8217;69, in questo senso, è una vera e propria traduzione in forma scritta del suo modo di vivere ‘nell’arte’, con gli artisti, attraverso le opere. Un approccio che le ha procurato non pochi conflitti (nei confronti di se stessa e con gli altri), fino alla scelta di abbandonare definitivamente la scena artistica. Solo in tempi tutto sommato recenti, a questa opera fondamentale – e alla sua autrice – viene riconosciuto il merito di avere operato un taglio necessario all&#8217;interno del panorama della critica d’arte; non tanto perché in essa si chiamano in causa la complessità e le contraddizioni del rapporto tra critico-artista-pubblico, quanto per la sua <strong>radicale messa in discussione del potere della critica in sé</strong>, ritenuta un “<strong>mestiere fasullo</strong>”, che aliena e allontana il carattere proprio dell’arte.</p>
<p>Come nota <strong>Laura Iamurri </strong>nella sua prefazione alla seconda edizione di “Autoritratto” (2010), il volume propone una immersione nel vissuto dell&#8217;arte contemporanea: nei pensieri e nei processi del fare arte, nelle difficoltà delle relazioni con la critica e con la società, ma anche in una miriade di questioni apparentemente laterali. Negli anni in cui si dedicava alla critica, Lonzi avvertiva il <strong>ruolo critico come &#8220;una codificazione di estraneità al fatto artistico insieme all&#8217;esercizio di un potere discriminante sugli artisti</strong>.&#8221; Secondo la sua visione:</p>
<blockquote><p>Magari senza esserne cosciente, il critico fa il gioco di una società che tende a considerare l&#8217;arte come un accessorio, un problema secondario, un pericolo da tramutare in diversivo, un&#8217;incognita da tramutare in mito, comunque un&#8217;attività da contenere. E come contenere? Appunto, attraverso l&#8217;esercizio della critica, che opera sulla falsa dissociazione: creazione-critica. […] In questo quadro la professione critica manifesta tutta la sua funzionalità rispetto a un Sistema. Ma perché non chiedersi se tale modo di far consumare l’arte è compatibile col senso dell’arte […]? Perché accontentarsi del ruolo di estraneità, sia pur elevato a condizione stessa del giudizio? [&#8230;] Da dove proviene il bisogno di una garanzia?</p></blockquote>
<p>Se alla figura del critico di allora sostituiamo quella dell&#8217;attuale curatore; se accogliamo gli interrogativi di Lonzi e adottiamo il suo sguardo per osservare il ruolo e i metodi della curatela dei nostri giorni, forse possiamo ammettere che, da una parte, l&#8217;estraneità di quegli anni Sessanta oggi può dirsi in parte risolta (nel contesto di molte pratiche curatoriali che si fondano sulla totale complicità con l&#8217;artista, ad esempio); dall&#8217;altra, quel potere discriminante sugli artisti non ha certamente smesso di esistere e produrre i suoi effetti. Allo stesso modo (sia che provengano dal fronte della critica, dalla curatela o dalla sfera della creazione artistica), la ricerca di &#8216;verità&#8217; e garanzie a tutti i costi sembrano occupare ancora un posto in prima fila.</p>
<p>Detto questo, non si tratta di eleggere l’artista quale soggetto intoccabile e indiscutibile della società: non si vuole proporre un “feticismo dell’artista” e una demonizzazione del curatore. Semmai, come suggerisce sempre Lonzi, si può ancora pensare di richiamare l&#8217;artista &#8220;in un altro rapporto con la società, <strong>negando il ruolo, e dunque il potere, del critico in quanto controllo repressivo sull’arte e gli artisti</strong>, e soprattutto in quanto ideologia dell’arte e degli artisti in corso nella nostra società.” Allora, e ancora una volta, si tratta più che altro di ri-pensare costantemente il proprio ruolo, le proprie istanze e la propria posizione, in relazione ai ruoli, alle istanze e alle posizioni degli altri; di rendersi disponibili a<strong> ri-negoziare il proprio sguardo</strong>; di <strong>predisporsi alla</strong> <strong>cura come gesto politico totale, </strong>complessivo e non esclusivo; di incentivare un modo “<strong>largamente comunicativo e umanamente soddisfacente&#8221;</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[tutte le citazioni sono tratte dalla seconda edizione del volume <strong><em>Carla Lonzi. Autoritratto</em></strong>, ri-edito nel<strong> 2010</strong> da <strong>et al. Edizioni</strong> (Milano), con una prefazione di Laura Iamurri.]</p>
<p>[immagine di copertina: Zoltan Fazekas, <em>R#1747</em>, 16 febbraio 2017.]</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Postcolonia Italia &#8211; Confessionale#02</title>
		<link>https://www.scuolafuorinorma.it/postcolonia-italia-confessionale02/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Ferlito]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Mar 2017 09:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[curatorial]]></category>
		<category><![CDATA[ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[Asmarina]]></category>
		<category><![CDATA[curatela]]></category>
		<category><![CDATA[Milite Ignoto]]></category>
		<category><![CDATA[Negotiating Amnesia]]></category>
		<category><![CDATA[postcolonia-italia]]></category>
		<category><![CDATA[S.a.L.E. Docks]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi, con la presentazione della performance &#8220;Milite Ignoto&#8221; si conclude questa prima tappa di Postcolonia Italia, resa possibile grazie alla presenza e partecipazione di Alessandra Ferrini, Medhin Paolos e Alan Maglio, Muna (e Sherif) Mussie; grazie all’ospitalità del S.a.L.E. Docks di Venezia e al supporto del Centro Studi Postcoloniali e di Genere di Napoli. Una&#8230;&#160;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi, con la presentazione della performance &#8220;<a href="https://vimeo.com/153780555">Milite Ignoto</a>&#8221; si conclude questa prima tappa di <em><a href="https://www.facebook.com/events/1832166033698308/">Postcolonia Italia</a></em>, resa possibile grazie alla presenza e partecipazione di Alessandra Ferrini, Medhin Paolos e Alan Maglio, Muna (e Sherif) Mussie; grazie all’ospitalità del <a href="https://www.facebook.com/Sale-Docks-252159510748/">S.a.L.E. Docks di Venezia</a> e al supporto del <a href="https://www.facebook.com/centrostudipostcolonialiedigenere/?fref=ts">Centro Studi Postcoloniali e di Genere di Napoli</a>.</p>
<p>Una conclusione che, all’interno del mio percorso di ricerca, apre la strada a un nuovo inizio; a una nuova ri-elaborazione teorica che prenderà forma dalla ‘messa in pratica’ di queste settimane veneziane. Finora, ciascun incontro è stato un invito alla discussione con gli autor* invitat*. Personalmente ho provato a tessere una rete condivisibile, partendo dai fili che accomunano le differenti voci in programma. A queste voci non ho sottratto la mia: ho condiviso la prospettiva di ricerca che mi sta guidando, le domande che più mi stanno a cuore, le questioni in cui credo fermamente. Senza averlo premesso, ho tentato e sto cercando di intervenire il meno possibile, per lasciare spazio alle ‘opere’, convinta che queste chiariscano abbondantemente i motivi che mi hanno portata a scegliere proprio loro per parlare dell’Italia come ‘postcolonia’.</p>
<figure id="attachment_1294" aria-describedby="caption-attachment-1294" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="https://scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/Ferrini_Workshop_image.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-1294 size-medium" src="https://scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/Ferrini_Workshop_image-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/Ferrini_Workshop_image-300x225.jpg 300w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/Ferrini_Workshop_image-768x576.jpg 768w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/Ferrini_Workshop_image-1024x768.jpg 1024w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/Ferrini_Workshop_image-600x450.jpg 600w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/03/Ferrini_Workshop_image.jpg 1575w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-1294" class="wp-caption-text">Alessandra Ferrini, &#8220;Negotiating Amnesia&#8221; (2015), still da video.</figcaption></figure>
<p>Adesso sto raccogliendo e riordinando le osservazioni (più o meno critiche, più o meno accese) ricevute nel corso del <a href="https://www.facebook.com/events/384086015294148/">workshop con Alessandra Ferrini </a>e a seguito delle due proiezioni (quella di “<a href="https://www.alessandraferrini.info/negotiating-amnesia">Negotiating Amnesia</a>” e quella di “<a href="http://asmarinaproject.com/it/">Asmarina</a>”). Noto che alcune riflessioni sono ‘nuove’ rispetto al mio percorso, mentre altre le potrei citare tra le “domande ricorrenti”.</p>
<p>Torno a confrontarmi, ad esempio, con le osservazioni di chi trova problematico l’uso del termine postcoloniale – ritenendolo ‘prematuro’ (poiché siamo ancora in una società ancora a tutti gli effetti ‘coloniale’, che senso ha parlare di <em>post</em>?), da una parte, oppure obsoleto, dall’altra. Incrocio lo sguardo di chi si chiede per quale motivo vale la pena di focalizzarsi ancora sulla ‘questione postcoloniale’, dal momento che agli ex-colonizzati (limitatamente al mondo dell&#8217;arte) è stato ormai riconosciuto uno spazio entro la ‘modernità’. Mi relaziono alla volontà ‘anti-aderente’ di chi teme i rischi del ‘commercio globale’.</p>
<p><em>Postcolonia Italia</em> avrà la sua seconda tappa: mi convinco che è il caso di insistere.</p>
<p>Ho ribadito più volte che il postcoloniale per come lo intendo io – e molt* altr* prima di me – non coincide con la fine o la morte del ‘coloniale’, né vuole fornire una cornice spazio-temporale in cui confinare la ‘alterità’ degli ‘ex-colonizzati’. Anzi, esso riguarda certamente anche gli &#8216;ex-colonizzatori&#8217; e indica l’intenzione di ‘piegare’ la linearità presunta della Storia Ufficiale, di &#8216;tagliare&#8217; criticamente la sua narrazione. Postcoloniale significa volere fare i conti con gli effetti, le conseguenze, le permanenze e i <em>postumi</em> del coloniale. Un bilancio che ci riguarda tutti, a livello ‘planetario’, anche se in molti rifiutiamo ancora di ammetterlo.</p>
<p>Sto provando a mettermi in gioco (in discussione, in crisi) insieme agli altr* partecipant*, senza pre-meditare troppo sulle mosse da compiere, senza offrire la garanzia di una o più risposte ‘esatte’, risolutive, definitive. L’esordio di <em>Postcolonia Italia</em> è stato segnato dalle due giornate di workshop con Alessandra Ferrini, e questo poter &#8216;teorizzare nel fare&#8217; mi ha fatto venire voglia di trattare l’intero progetto come un laboratorio totale, dove posso sperimentare – <em>insieme a</em>, <em>affianco</em>, <em>con</em> altr* – una via da condividere. Senza averlo troppo programmato, alla ‘messa in scena’ dell’evento sto preferendo una ‘messa alla prova’ dell’incontro e del confronto che possa investirci tutt* allo stesso modo e in uguale misura.</p>
<p>A più tardi.</p>
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		<title>Postcolonia Italia: Confessionale</title>
		<link>https://www.scuolafuorinorma.it/postcolonia-italia-confessionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Ferlito]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Feb 2017 00:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[curatorial]]></category>
		<category><![CDATA[ricerche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A marzo, al S.a.L.E. di Venezia si presenta Postcolonia Italia: un primo tentativo di condividere pubblicamente la riflessione teorica che sta alla base della mia ricerca di dottorato in corso,* ri-modulata a partire da quello che vedo nei lavori (nelle ricerche, nelle pratiche) di Alessandra Ferrini, Muna Mussie, Alan Maglio e Medhin Paolos. Qui la pagina Facebook dell&#8217;evento  Qui&#8230;&#160;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A marzo, al <a href="http://www.saledocks.org/"><strong>S.a.L.E.</strong></a> di <strong>Venezia </strong>si presenta <strong>Postcolonia Italia</strong>: un primo tentativo di condividere pubblicamente la riflessione teorica che sta alla base della mia ricerca di dottorato in corso,* ri-modulata a partire da quello che vedo nei lavori (nelle ricerche, nelle pratiche) di <a href="http://www.alessandraferrini.info/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Alessandra Ferrini</strong></a>, <a href="http://www.munamussie.com/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Muna Mussie</strong></a>, <a href="http://asmarinaproject.com/it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Alan Maglio</strong> e <strong>Medhin Paolos</strong></a>.</p>
<p><a href="https://www.facebook.com/events/1832166033698308/" target="_blank" rel="noopener">Qui la <em><strong>pagina Facebook</strong></em> dell&#8217;evento </a></p>
<p>Qui di seguito, invece, un approfondimento più informale, a puntate, che mi concedo per lo spazio di questo blog; così, chi mi legge o segue ha qualche elemento in più per capire &#8216;cosa sto facendo&#8217;, e io ho un&#8217;occasione in più per ricordarmi &#8216;perché lo sto facendo&#8217;, per chiedermi ancora &#8216;come lo sto facendo&#8217;.<br />
Comincio provando a rispondere ad alcune delle domande più frequenti che ricevo da quando ho cominciato a studiare il rapporto tra curatela e postcolonialismo:</p>
<p><strong>Perché il postcoloniale? Cosa c&#8217;entra l&#8217;Italia con questo discorso? E cosa c&#8217;entra il postcoloniale con la curatela?</strong></p>
<p>Perché? Per provocare ancora una volta una discussione attorno a una questione che mi pare tutt&#8217;altro che superata, sempre più complessa e spesso anche fraintesa.</p>
<p>Anche l&#8217;Italia ha un evidente problema col suo passato coloniale: l&#8217;intera impresa (non solo quella fascista), mentre si realizzava, veniva strategicamente dipinta con i toni &#8216;umanitari&#8217; della missione civilizzatrice; e il colonialismo era celebrato come espressione di capacità di espansione e sviluppo economico e culturale. Con la fine della seconda guerra, dismesso l&#8217;impero e perse le colonie, quel passato ingombrante e controverso viene rimosso, cancellato, obliato a vantaggio delle scelte politiche e delle pratiche di governo che si sono succedute nei decenni; esso viene esposto a uno sguardo critico solo in tempi molto recenti, solo grazie a un ristretto gruppo di studiosi molto coraggiosi e altrettanto ostacolati dai portavoce della Storia ufficiale.</p>
<p><a href="https://scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/02/regalo-1473-e-mail-1.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-1144 alignleft" src="https://scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/02/regalo-1473-e-mail-1-300x202.jpg" alt="" width="371" height="250" srcset="https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/02/regalo-1473-e-mail-1-300x202.jpg 300w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/02/regalo-1473-e-mail-1-768x517.jpg 768w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/02/regalo-1473-e-mail-1.jpg 984w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" /></a><br />
In sostanza, mi riferisco al &#8216;postcoloniale&#8217; per insistere sul fatto che:</p>
<p>&#8211; non siamo nell&#8217;era in cui il &#8216;coloniale&#8217; è passato e risolto. Il &#8216;coloniale&#8217; non è morto (lo scrive Stuart Hall nel 1997), ma è vivo (e &#8216;attivo&#8217;) nei suoi <em>postumi</em>;<br />
&#8211; non è possibile separare un &#8216;prima&#8217; coloniale da un &#8216;dopo&#8217; (o dall&#8217;attuale) non coloniale;<br />
&#8211; &#8216;post-colonie&#8217; non sono solo le ex-colonie, ma anche le &#8216;ex-colonizzatrici&#8217;;<br />
&#8211; il &#8216;postcoloniale&#8217; riguarda &#8211; indubbiamente &#8211; anche l&#8217;Italia, e non solo le altre gigantesche potenze coloniali europee (Inghilterra e Francia in testa).</p>
<blockquote><p><em>L&#8217;avventura coloniale è rimossa dalla coscienza nazionale e dal nostro immaginario (&#8230;); la rimozione è connessa alle violenze perpetrate ma anche alla sconfitta e al lutto per la perdita mai veramente elaborata (&#8230;)</em><em><b>*</b></em></p></blockquote>
<p>Uso anch&#8217;io il termine &#8216;postcoloniale&#8217; perché non trovo motivi validi per cercarne uno nuovo o diverso per interrogare la condizione che sto vivendo. Almeno non allo stato attuale. Riscontro e prendo quindi per buono quello che mi dicono alcuni studi esistenti,** e vedo la &#8216;postcolonia&#8217; come una dimensione in cui forme diverse di neo-colonialismo (persistenze coloniali) incontrano differenti voci anti-coloniali, dissidenze, resistenze, modi sovversivi.<br />
Si, penso che il postcoloniale sia (ancora) una categoria/approccio utile a farci ragionare su alcuni meccanismi cruciali all&#8217;interno della narrazione del nostro tempo (es. la tensione tra la continua produzione di &#8216;differenza&#8217; e di &#8216;subalternità&#8217; da parte di chi si trova in posizione dominante, e la risposta &#8216;decoloniale&#8217; di chi non si riconosce entro i &#8216;riduzionismi&#8217; di matrice orientalista).</p>
<p><a href="https://scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/02/regalo-1474-e-mail.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-1145 alignright" src="https://scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/02/regalo-1474-e-mail-300x202.jpg" alt="" width="305" height="205" srcset="https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/02/regalo-1474-e-mail-300x202.jpg 300w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/02/regalo-1474-e-mail.jpg 767w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" /></a></p>
<p>Questa visione dell&#8217;Italia come postcolonia viene fuori dai percorsi (ricerche, studi, esperienze) di chi si sta misurando con i <em>postumi</em> del coloniale da decenni, evidenziando l&#8217;incapacità di elaborare il lutto della perdita dell&#8217;impero. Studi critici, storici, produzioni artistiche e culturali che hanno prodotto una contro-storia in grado di contraddire lo sguardo &#8220;moderno&#8221; ed eurocentrico. Una narrazione in cui i caratteri dell&#8217;identità (italiana, europea, occidentale) non possono che mutare di continuo.</p>
<p>Sono d&#8217;accordo con chi dice che il “postcoloniale” può essere “una forma di intervento politico che riscrive il canone e propone storie alternative alle narrative eurocentriche”, senza trascurare che il canone ha la funzione politica di garantire l&#8217;autorità. Me lo ricorda Lidia Curti, che in un prezioso studio sulla &#8216;letteratura postcoloniale&#8217; si interroga sulla questione citando la posizione di Gayatri Chakravorty Spivak:</p>
<blockquote><p><em>I canoni sono ad un tempo condizione ed effetto delle istituzioni. Garantiscono le istituzioni così come garantiscono i canoni.****</em></p></blockquote>
<p>Si, ho azzardato un titolo &#8216;pericoloso&#8217; e forse apparentemente &#8216;paraculo&#8217;.<br />
Si, sono consapevole dei rischi che comporta.<br />
Approcciarsi all&#8217;Italia come Postcolonia, per me, significa problematizzare il concetto moderno di nazione e i processi di definizione di qualsiasi canone che pretende di racchiuderne stabilmente i tratti identitari.<br />
Accostare due termini tanto problematici come Postcolonia e Italia non vuole essere un modo di &#8216;confinare&#8217; le pratiche artistiche che ho individuato all&#8217;interno di un &#8216;canone postcoloniale&#8217; che ha dei caratteri predefiniti; più che altro, significa insistere sull&#8217;irrisolto, creare un&#8217;ulteriore frizione, espandere il terreno delle problematiche e, forse, andare incontro all&#8217;irrisolvibile.</p>
<p>Fine puntata n. 1.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* Curti, Lidia 2006, <em>La voce dell&#8217;altra. Scritture ibride tra femminismo e postcoloniale</em>, Roma, Meltemi; p. 196. Disponibile online, su <strong><a href="https://www.academia.edu/18981731/La_voce_dellaltra">Academia.edu</a></strong></p>
<p>** Mi riferisco in particolare alle ricerche di Lidia Curti, Iain Chambers, Stuart Hall, Miguel Mellino, Sandro Mezzadra.</p>
<p>*** Ianniciello, Celeste e Quadraro, Michaela 2015, <em>Memorie transculturali. Estetica contemporanea e critica postcoloniale,</em> Napoli, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”; p. 14.</p>
<p>**** Spivak, Gayatri Chakravorty 1993, <em>Outside in the Teaching Machine</em>, London-New York, Routledge; pp. 270-71. La citazione così tradotta è tratta da Curti 2006; op. cit. p. 168.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagini di <strong>Zoltan Fazekas</strong> (18 febbraio 2016)</p>
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		<title>Resoconto doveroso di un seguito sospeso</title>
		<link>https://www.scuolafuorinorma.it/resoconto-un-seguito-sospeso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Ferlito]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2017 01:41:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[curatorial]]></category>
		<category><![CDATA[ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[postcolonial]]></category>
		<category><![CDATA[pratiche curatoriali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quasi un anno fa presentavo la mia ricerca di dottorato (in corso) a Scuola FuoriNorma e al suo pubblico di quel pomeriggio. Studiavo, come faccio ancora, le “prospettive postcoloniali nella curatela italiana” – come le chiamo io. Proposi un seminario che, a guardarlo subito dopo, mi sembrò complessivamente troppo articolato, troppo teorico e, in definitiva,&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi un anno fa presentavo la mia ricerca di dottorato (in corso) a Scuola FuoriNorma e al suo pubblico di quel pomeriggio. Studiavo, come faccio ancora, le “prospettive postcoloniali nella curatela italiana” – come le chiamo io.</p>
<p>Proposi un seminario che, a guardarlo subito dopo, mi sembrò complessivamente troppo articolato, troppo teorico e, in definitiva, dispersivo. Ricordo bene i commenti di alcuni partecipanti; li avevo esplicitamente richiesti e fortunatamente ricevuti qualche giorno dopo, via email. Li conservo in <em>.pdf</em>, e ogni tanto ci torno. Questo mi aiuta a ri-leggere costantemente quello che sto facendo alla luce degli infiniti punti di vista che non sono il mio. Ma anche a mantenere un occhio fisso sulla ‘pratica’, che si tradurrà nella teoria che confronterò con altre teorie. Questo secondo la mia percezione. Allora come oggi.</p>
<blockquote><p>&#8220;forse il termine &#8220;post-colonialismo&#8221; non funziona in maniera &#8220;pulita&#8221;<br />
(&#8230;)</p></blockquote>
<p>Considero (quasi)tutte le osservazioni che ricevo perché le mie ‘fonti’ non sono solo i testi e i nomi ufficiali, e ogni nota che raccolgo in occasioni come quella può essere davvero preziosa. Spesso è quello che accade, e per questo sono sempre molto grata a chi mi restituisce la sua visione.</p>
<blockquote><p>(&#8230;) Non mi piace la parola &#8220;post-colonialismo&#8221; perché racconta un tempo prima e dopo la LORO presenza, <span style="text-align: center;">quasi come BC e AD riguarda la presenza terrena di Cristo.<br />
</span><span style="text-align: center;">È un termine abbastanza prepotente.&#8221;*</span></p></blockquote>
<h4 style="text-align: center;"></h4>
<p style="text-align: left;">Alla fine dell’incontro, consapevole dei troppi punti in sospeso che la discussione di quattro ore stava lasciando, avevo promesso ai partecipanti l’invio di un estratto del progetto, con materiali vari per potere approfondire (per chi volesse). Più passavano i giorni, più il rimescolamento delle ‘carte’ successivo a quell’esperienza mi impediva di arrivare a una struttura, una forma, una scrittura soddisfacenti per la destinazione immaginata. E soprattutto, che senso aveva fissare un concetto che solo il giorno dopo sarebbe (quasi certamente) cambiato? Nel corso dell’anno quell’estratto continuava a essere modificato per adeguarsi alle esigenze delle <em>call</em> più o meno accademiche che si presentavano. Dopo pochi mesi era in effetti diverso da come lo avevo presentato a <em>Scuola</em>: molti interrogativi si erano precisati, alcuni nodi messi a fuoco, altri spostati, ecc. Per dirla in breve, ero in mezzo al processo. Ora come allora. A un certo punto mi fu chiaro che non avrei mandato proprio niente a nessuno: niente che non potessi considerare assolutamente chiaro e minimamente ‘rifinito’. Non chiuso. Non ‘definitivo’, anzi, aperto. Aperto, forte e chiaro!</p>
<figure id="attachment_982" aria-describedby="caption-attachment-982" style="width: 400px" class="wp-caption alignright"><a href="https://scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/01/regalo-1717-e-mail_mod.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-982" src="https://scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/01/regalo-1717-e-mail_mod-300x246.jpg" width="400" height="328" srcset="https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/01/regalo-1717-e-mail_mod-300x246.jpg 300w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/01/regalo-1717-e-mail_mod-768x630.jpg 768w, https://www.scuolafuorinorma.it/wp-content/uploads/2017/01/regalo-1717-e-mail_mod.jpg 984w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><figcaption id="caption-attachment-982" class="wp-caption-text">Zoltan Fazekas, R#1717; 5 dicembre 2016.</figcaption></figure>
<p>Per quanto mi riguarda, da quel seminario a oggi la faccenda si è complicata e arricchita grazie alle vicissitudini della ‘ricerca sul campo’ – per dirla in termini accademici; grazie, cioè, a tutte quelle ‘situazioni’, persone, relazioni e frizioni che mi stanno permettendo di stare alla larga dall’autoreferenzialità, ad esempio. Studiare e mettere in questione le pratiche che si stanno praticando, si sa, non è un fatto semplice. E quanto è insidioso lo capisci veramente mentre lo fai, perché le ‘minacce’ che vedevi nell’ipotizzarlo erano tutt’altre.</p>
<p>Ad oggi non ho ancora mandato niente a nessuno del mio pubblico di quel pomeriggio; con molta probabilità lo farò solo quando – costretta dalla burocrazia – avrò finito di scrivere la tesi in corso, e ogni suo contenuto mi sembrerà avere senso (spero). Ad oggi, questa mia ricerca mi sembra andare avanti come succede a tante altre che incontro per strada (sapere di non essere ‘soli’ conforta sempre) – tra alti, bassi, luci, ombre, nebbie, nebbie fittissime, poi di nuovo spiragli di luce, abbagli, e via dicendo.  Proprio in questi giorni, a proposito, a seguito di un’altra bella discussione accademica, tutto il progetto è di nuovo in ristrutturazione generale. Tra una manutenzione e un’altra, poi, stanno succedendo varie altre cose che potrò condividere a breve.</p>
<p>In definitiva, questo post non introduce un file appena caricato che (finalmente!) vi dice cosa voglio dire con quello che sto facendo, né annuncia la sua data di ‘caricamento’.<br />
A chi ancora aspetta: scusa il ritardo. ti penso. prima o poi ti rispondo. (non)giuro.</p>
<h5>* (estratto da una mail ricevuta da una partecipante al seminario)</h5>
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