Postcolonia Italia: Confessionale

Postcolonia Italia: Confessionale
9 Febbraio 2017 Alessandra Ferlito

A marzo, al S.a.L.E. di Venezia si presenta Postcolonia Italia: un primo tentativo di condividere pubblicamente la riflessione teorica che sta alla base della mia ricerca di dottorato in corso,* ri-modulata a partire da quello che vedo nei lavori (nelle ricerche, nelle pratiche) di Alessandra Ferrini, Muna Mussie, Alan Maglio e Medhin Paolos.

Qui la pagina Facebook dell’evento 

Qui di seguito, invece, un approfondimento più informale, a puntate, che mi concedo per lo spazio di questo blog; così, chi mi legge o segue ha qualche elemento in più per capire ‘cosa sto facendo’, e io ho un’occasione in più per ricordarmi ‘perché lo sto facendo’, per chiedermi ancora ‘come lo sto facendo’.
Comincio provando a rispondere ad alcune delle domande più frequenti che ricevo da quando ho cominciato a studiare il rapporto tra curatela e postcolonialismo:

Perché il postcoloniale? Cosa c’entra l’Italia con questo discorso? E cosa c’entra il postcoloniale con la curatela?

Perché? Per provocare ancora una volta una discussione attorno a una questione che mi pare tutt’altro che superata, sempre più complessa e spesso anche fraintesa.

Anche l’Italia ha un evidente problema col suo passato coloniale: l’intera impresa (non solo quella fascista), mentre si realizzava, veniva strategicamente dipinta con i toni ‘umanitari’ della missione civilizzatrice; e il colonialismo era celebrato come espressione di capacità di espansione e sviluppo economico e culturale. Con la fine della seconda guerra, dismesso l’impero e perse le colonie, quel passato ingombrante e controverso viene rimosso, cancellato, obliato a vantaggio delle scelte politiche e delle pratiche di governo che si sono succedute nei decenni; esso viene esposto a uno sguardo critico solo in tempi molto recenti, solo grazie a un ristretto gruppo di studiosi molto coraggiosi e altrettanto ostacolati dai portavoce della Storia ufficiale.


In sostanza, mi riferisco al ‘postcoloniale’ per insistere sul fatto che:

– non siamo nell’era in cui il ‘coloniale’ è passato e risolto. Il ‘coloniale’ non è morto (lo scrive Stuart Hall nel 1997), ma è vivo (e ‘attivo’) nei suoi postumi;
– non è possibile separare un ‘prima’ coloniale da un ‘dopo’ (o dall’attuale) non coloniale;
– ‘post-colonie’ non sono solo le ex-colonie, ma anche le ‘ex-colonizzatrici’;
– il ‘postcoloniale’ riguarda – indubbiamente – anche l’Italia, e non solo le altre gigantesche potenze coloniali europee (Inghilterra e Francia in testa).

L’avventura coloniale è rimossa dalla coscienza nazionale e dal nostro immaginario (…); la rimozione è connessa alle violenze perpetrate ma anche alla sconfitta e al lutto per la perdita mai veramente elaborata (…)*

Uso anch’io il termine ‘postcoloniale’ perché non trovo motivi validi per cercarne uno nuovo o diverso per interrogare la condizione che sto vivendo. Almeno non allo stato attuale. Riscontro e prendo quindi per buono quello che mi dicono alcuni studi esistenti,** e vedo la ‘postcolonia’ come una dimensione in cui forme diverse di neo-colonialismo (persistenze coloniali) incontrano differenti voci anti-coloniali, dissidenze, resistenze, modi sovversivi.
Si, penso che il postcoloniale sia (ancora) una categoria/approccio utile a farci ragionare su alcuni meccanismi cruciali all’interno della narrazione del nostro tempo (es. la tensione tra la continua produzione di ‘differenza’ e di ‘subalternità’ da parte di chi si trova in posizione dominante, e la risposta ‘decoloniale’ di chi non si riconosce entro i ‘riduzionismi’ di matrice orientalista).

Questa visione dell’Italia come postcolonia viene fuori dai percorsi (ricerche, studi, esperienze) di chi si sta misurando con i postumi del coloniale da decenni, evidenziando l’incapacità di elaborare il lutto della perdita dell’impero. Studi critici, storici, produzioni artistiche e culturali che hanno prodotto una contro-storia in grado di contraddire lo sguardo “moderno” ed eurocentrico. Una narrazione in cui i caratteri dell’identità (italiana, europea, occidentale) non possono che mutare di continuo.

Sono d’accordo con chi dice che il “postcoloniale” può essere “una forma di intervento politico che riscrive il canone e propone storie alternative alle narrative eurocentriche”, senza trascurare che il canone ha la funzione politica di garantire l’autorità. Me lo ricorda Lidia Curti, che in un prezioso studio sulla ‘letteratura postcoloniale’ si interroga sulla questione citando la posizione di Gayatri Chakravorty Spivak:

I canoni sono ad un tempo condizione ed effetto delle istituzioni. Garantiscono le istituzioni così come garantiscono i canoni.****

Si, ho azzardato un titolo ‘pericoloso’ e forse apparentemente ‘paraculo’.
Si, sono consapevole dei rischi che comporta.
Approcciarsi all’Italia come Postcolonia, per me, significa problematizzare il concetto moderno di nazione e i processi di definizione di qualsiasi canone che pretende di racchiuderne stabilmente i tratti identitari.
Accostare due termini tanto problematici come Postcolonia e Italia non vuole essere un modo di ‘confinare’ le pratiche artistiche che ho individuato all’interno di un ‘canone postcoloniale’ che ha dei caratteri predefiniti; più che altro, significa insistere sull’irrisolto, creare un’ulteriore frizione, espandere il terreno delle problematiche e, forse, andare incontro all’irrisolvibile.

Fine puntata n. 1.

 

* Curti, Lidia 2006, La voce dell’altra. Scritture ibride tra femminismo e postcoloniale, Roma, Meltemi; p. 196. Disponibile online, su Academia.edu

** Mi riferisco in particolare alle ricerche di Lidia Curti, Iain Chambers, Stuart Hall, Miguel Mellino, Sandro Mezzadra.

*** Ianniciello, Celeste e Quadraro, Michaela 2015, Memorie transculturali. Estetica contemporanea e critica postcoloniale, Napoli, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”; p. 14.

**** Spivak, Gayatri Chakravorty 1993, Outside in the Teaching Machine, London-New York, Routledge; pp. 270-71. La citazione così tradotta è tratta da Curti 2006; op. cit. p. 168.

 

Immagini di Zoltan Fazekas (18 febbraio 2016)

Alessandra Ferlito
Curatrice, giornalista e dottoranda in studi internazionali presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Studia e pratica la curatela attraverso collaborazioni continuative con artisti e teorici. Da sempre interessata alla relazione tra atto creativo, contesto e processo di formalizzazione.