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	<title>analisi visiva Archivi - Scuola FuoriNorma</title>
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		<title>LA SOCIETA’ DELL’AUTOMATISMO, III° PARTE</title>
		<link>https://www.scuolafuorinorma.it/la-societa-dellautomatismo-iii-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simone Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 May 2017 12:23:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[analisi visiva]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per fare il punto della situazione dunque potremmo dire che l&#8217;obiettivo fotografico chiede &#8220;ciecamente&#8221; di vedere, gli strumenti telematici chiedono &#8220;ciecamente&#8221; che il contenuto sia condiviso e l&#8217;operatore, il creatore di informazioni &#8220;ciecamente&#8221; produce e condivide contenuti soddisfacendo una necessità che è ambiguamente forse più dello strumento che sua. Per &#8220;cieco&#8221; si può intendere anche&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per fare il punto della situazione dunque potremmo dire che l&#8217;obiettivo fotografico chiede &#8220;ciecamente&#8221; di vedere, gli strumenti telematici chiedono &#8220;ciecamente&#8221; che il contenuto sia condiviso e l&#8217;operatore, il creatore di informazioni &#8220;ciecamente&#8221; produce e condivide contenuti soddisfacendo una necessità che è ambiguamente forse più dello strumento che sua. Per &#8220;cieco&#8221; si può intendere anche automatico, in quanto l&#8217;automatismo è sempre cieco.</p>
<p>Possiamo a questo punto, chiarito il concetto di strumento e apparecchio moltiplicarlo in strutture o meglio apparati, nel senso di insiemi di strumenti che in un impianto concorrono ad un determinato scopo. La società attuale appare come un insieme di apparati costituiti da strumenti automatici che concorrono ciecamente alla soddisfazione delle necessità dei programmi contenuti in essi. I vari apparati per come ci si presentano oggi, nel loro funzionamento automatico e subumano, tendono a prevaricare l&#8217;intenzione umana nel loro essere indipendenti, configurandosi come vere e proprie entità decisionali al di sopra della coscienza degli individui; sgravano cioè l&#8217;uomo dal peso della scelta imponendo automaticamente scelte programmate che si vanno realizzando automaticamente. Una critica della cultura attuale, alla luce dell&#8217;automatismo degli apparati, ci si presenta come una critica alla società dell&#8217;automatismo ed è alla luce del concetto di automatismo che vanno riviste le categorie della critica culturale. Una critica in funzione dell&#8217;automatismo andrebbe formulata più o meno così: La nostra società è formata da apparati automatici, ovvero apparati che progressivamente disinseriscono l&#8217;uomo dal loro funzionamento guadagnando sempre più autonomia innescando un meccanismo di feedback per cui essi migliorano se stessi al punto di prevaricare qualsiasi intenzione umana. Una critica di carattere umanistico potrebbe contestare a quanto appena detto di vedere negli strumenti un&#8217;entità titanica, disconoscendo così l&#8217;intenzione umana che li ha creati. Il problema di una critica umanistica però è che non tiene conto della specificità di questi apparecchi. L&#8217;automatismo ha dissolto quell&#8217;intenzione umana che sta dietro la creazione degli apparecchi e per questo, una critica formulata così, è da ritenersi inadeguata al nostro tempo. Una critica dell&#8217;automatismo, d&#8217;altro canto, permetterebbe di vederne non tanto il carattere inesorabile, titanico e sovraumano, quanto più quello subumano, ottuso e cieco proprio dell&#8217;automatismo. I gesti automatici fanno ormai parte di noi, dall&#8217;aspetto più esteriore a quello più intimo del nostro sentire e del nostro volere. Dall&#8217;impiego lavorativo, ai desideri più profondi, dai nostri bisogni al nostro modo di comunicare e rapportarci agli altri, tutto è parte di un programma e per esaurire questo programma, per trascenderlo, è necessario individuarlo e criticarlo con gli strumenti adeguati, solo così si può scongiurare il rischio di una società fatta di individui che agiscono secondo programma, una società ridondante, dell&#8217;eterno ritorno dell&#8217;uguale.</p>
<p>La domanda fondamentale a questo punto è: dove possiamo individuare la libertà dell&#8217;uomo in un tempo che è fatto di processi sempre più automatici?</p>
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		<title>LA SOCIETA&#8217; DELL&#8217;AUTOMATISMO,  II° PARTE</title>
		<link>https://www.scuolafuorinorma.it/la-societa-dellautomatismo-ii-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simone Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Apr 2017 20:26:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[analisi visiva]]></category>
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<p lang="it-IT" align="CENTER">
<p><span style="color: #000000"><span style="font-size: large"><span lang="it-IT">Facendo un po&#8217; il punto della situazione possiamo affermare che gli odierni apparecchi sono  figli delle macchine, che a loro volta erano figlie degli strumenti, ma a differenza di questi ultimi l&#8217;apparecchio si presenta come uno strumento molto evoluto che ha contribuito a creare nuove categorie di pensiero fino ad allora inedite e con un programma abbastanza ampio da poter simulare processi mentali. Naturalmente per processi mentali, riferito agli apparecchi che li simulano, si intendono una serie di elementi puntuali (concetti separati fra loro) che rappresentano qualcosa nel mondo la fuori, che vengono successivamente combinati. È in questa misura che gli apparecchi possono formulare pensiero, attraverso la combinazione di questi elementi puntuali, come ad esempio nelle immagini costituite da pixel. </span></span> <span style="font-size: large">Nel mondo concreto i concetti non sono elementi puntuali e distinti ma sono intimamente legati senza lacune. Al contrario nella cibernetica, dove si possono distinguere concetti e funzioni distinte e puntuali, l&#8217;apparecchio è di fatto onnisciente. </span><span style="font-size: large"><span lang="it-IT">I “processi mentali” avvengono al suo interno in maniera automatica (e quindi subumana) e mettono in relazione concetti che corrispondono ad elementi che rappresentano qualcosa nel mondo là fuori, creando un nuovo universo, quello appunto delle immagini, e man mano che questo universo cresce si sostituisce al nostro mondo tradizionale, spingendoci a pensare il mondo come una serie di elementi individuali e poi combinati casualmente, come una serie di situazioni, di scene, esattamente come è l&#8217;universo delle immagini. Vedere il mondo come un insieme di scene è ciò che oggi accade, non per chissà quale incantesimo o complotto politico-capitalista ma per pura necessità dell&#8217;apparecchio in modo appunto automatico. Con ciò naturalmente non intendo affermare che il capitale sia ininfluente, quanto più intendo affermare il carattere subumano del capitalismo come apparato; più avanti chiarirò il concetto di apparato.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Una serie di nevrosi e psicosi collettive si susseguono come mode, e la psicologia d&#8217;altra parte non può riconoscerne il carattere consequenziale in quanto andrebbe contro la sua deontologia affermare che non vi è malattia se non in funzione della sua immagine. La malattia esiste in quanto può essere fotografata. Un domani le nostre malattie saranno obsolete. Ricercare il carattere universale della malattia nell&#8217;individuo come nel collettivo ci porta ad una questione spinosa: É nata prima la malattia o gli strumenti hanno reso possibile il manifestarsi della malattia? Le nevrosi e le psicosi legate alla percezione del sé, della propria immagine, affiorate negli ultimi decenni magari aspettavano in agguato il momento giusto per manifestarsi.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Mi sono voluto concedere questa breve digressione non per vizio ma per cercare di dare un&#8217;idea quanto più chiara possibile della profondità di penetrazione a cui oggi è arrivata l&#8217;essenza dell&#8217;apparecchio, tanto nel nostro tessuto sociale quanto nell&#8217;individuo e nel suo rapportarsi agli altri come nel suo rapportarsi a se stesso.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-size: large"><span lang="it-IT">Continuando a percorrere il filo dell&#8217;automatismo, non in senso strettamente storico quanto più fenomenologico, ci imbattiamo in qualcosa di molto curioso. L&#8217;apparecchio fotografico, dai primi modelli diffusi su larga scala, ingombranti e difficili da utilizzare, è via via diventato più piccolo, più maneggevole, più semplice da utilizzare, sempre più indipendente dalle competenze dell&#8217;operatore che lo utilizza. Il passaggio al digitale sancisce qualcosa di bizzarro per certi versi, e non mi riferisco all&#8217;apparecchio fotografico propriamente detto, che continua ancora in fin dei conti ad imitare nell&#8217;essenza il suo antenato analogico; mi riferisco piuttosto alla portentosa e al tempo quasi fantascientifica novità dell&#8217;implementazione di un piccolo, e ai tempi assai scadente, obiettivo fotografico nel telefono cellulare. Quando fece la sua comparsa nel mercato era ancora un apparecchio costoso, meno attraente nel design rispetto agli odierni smartphone e la qualità dell&#8217;immagine, come la capacità di memoria, e il software che li gestiva era parecchio scarso ma quanto mai pionieristico. Il costo di quegli apparecchi era piuttosto elevato e per questo ancora anti-democratico. Le compagnie telefoniche cominciavano a proporre le prime offerte per la spedizione e ricezione di queste fotografie di bassa risoluzione, eravamo ancora lontani dall&#8217;odierno flusso telematico di scambio incessante di immagini. La cosa curiosa tuttavia è che l&#8217;apparecchio fotografico viene implementato in un altro apparecchio (il telefono cellulare) nel momento in cui quest&#8217;ultimo è ormai l&#8217;apparecchio più diffuso e indispensabile nella società occidentale. In pochissimi anni il mercato si configura in modo tale da far intravedere una sempre maggiore possibilità (necessità) di connessione fra i singoli individui a grandi distanze. In pochi anni le industrie delle telecomunicazioni implementano apparecchi ed elaborano piani tariffari uno dopo l&#8217;altro in un vortice di pubblicità onnipresenti. Ma i tempi non sono ancora maturi, le connessioni sono troppo lente, la qualità di questi prodotti è troppo bassa, e inoltre sono ancora troppo costosi, vengono insomma utilizzati solo da una certa élite. Internet gioca in tutto questo un ruolo fondamentale, di pari passo agli apparecchi portatili si sviluppano i modem che da rumorosi, lenti e costosi diventano silenziosi, più economici e quindi più diffusi e soprattutto più veloci. L&#8217;incremento dell&#8217;utilizzo domestico di internet porta ad un maggiore sviluppo e alla diffusione di quei portali legati alla connessione tra utenti come le chat in cui ci si può inviare messaggi, fotografie, e perfino video chiamarsi tramite una webcam. In pochissimi anni finalmente i tempi sono maturi: le industrie delle telecomunicazioni e dell&#8217;informatica fanno si che i social network diventino la nostra moderna agorà. Connessioni veloci, free wi-fi pressoché ovunque, offerte bombardanti per l&#8217;acquisto di uno smartphone da portare sempre con noi. Gli organi istituzionali, le università, la politica, e perfino la chiesa si telematizzano nei social network che ci collegano a tutto il mondo in tempo reale. Un flusso incessante ed esponenziale di informazioni vengono prodotte: foto, video, registrazioni audio, messaggi, tutto viaggia nell&#8217;etere incessantemente. In pochi anni i vari apparati (in tedesco apparat designa anche l&#8217;apparecchio per come lo intendiamo noi) si sono mossi in una direzione univoca, un movimento automatico e consequenziale teso a convertire le informazioni dal mondo reale al flusso informatico, con tutto ciò che ne consegue. Prima di continuare però è bene chiarire cosa sia uno smartphone e in che misura può entrare in questa breve critica della società automatica.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Esso come abbiamo visto è il frutto di una serie di casi che l&#8217;hanno reso possibile: l&#8217;evoluzione della tecnica, delle telecomunicazioni e dell&#8217;informatica supportate da uno stato di cose capitalista. È l&#8217;esatta configurazione di un potere che si impone in maniera, per così dire, &#8220;automatica&#8221; (quello delle telecomunicazioni) e trova innesto nella tendenza naturale dell&#8217;uomo a produrre sempre più informazioni e condividerle. Eppure questa tendenza, nel giustificare il processo di automazione nella produzione di informazioni, paradossalmente tende ad occultarne gli effetti.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Se la fotografia è un automatismo che imita il pensiero in un gioco di combinazioni casuali quali effettivamente è l&#8217;universo fotografico (ed è esattamente lo stesso automatismo che ci emancipa dal nostro tradizionale stare-al-mondo) la telematia dello smartphone scompone la nostra persona (allo stesso modo della fotografia) in un universo granulare, di singoli pixel, e ci ricompone diffusamente nel mondo in qualsiasi istante, in quanto ciò è contenuto nel suo programma ed è dunque sia possibile che, in un certo senso, necessario. Non più oggetto concreto ma pura informazione. Abbiamo automatizzato la nostra persona in uno strumento e lo strumento si sta via via emancipando dal nostro intervento automatizzando il nostro rapportarci agli altri attraverso la nostra immagine, sdoganando i concetti di &#8220;io&#8221; o di una virtualità pensata come realtà “altra”.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-size: large"><span lang="it-IT">Questa smaterializzazione dell&#8217;io era già presente nella televisione in forma embrionale e oggi assistiamo al suo rapido sviluppo, il nostro non è che un tempo di passaggio con tutti i disagi che i cambiamenti e le mutazioni in generale possono portare. Nello smartphone si intravede il processo di assorbimento nella struttura stessa del corpo umano: sempre più sottili e minimali, sempre più semplici all&#8217;esterno e misteriosi all&#8217;interno, gli smartphone chiedono di essere delle vere e proprie appendici del nostro corpo da cui difficilmente ci separiamo e quando questo avviene subentra il disagio. Gli occhiali per la realtà aumentata sono indicativi della tendenza di questo strumento ad essere sempre più un vero e proprio organo aggiunto, uno strumento che si installerà direttamente nel nostro corpo, abbandonando progressivamente ciò che è oggettuale, ingombrante e quindi obsoleto.</span></span></span></p>
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		<title>La società dell&#8217;automatismo</title>
		<link>https://www.scuolafuorinorma.it/la-societa-dellautomatismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simone Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2017 11:58:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[analisi visiva]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quanto segue è una riflessione a puntate sull&#8217;attuale società dominata dalle immagini tecniche. Ed è inoltre un tentativo di revisione degli attuali strumenti di critica culturale con cui ci muoviamo fra le categorie culturali del nostro mondo. La ricerca che segue è frutto di un percorso iniziato circa sei anni fa, e concretizzato con la&#8230;&#160;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quanto segue è una riflessione a puntate sull&#8217;attuale società dominata dalle immagini tecniche. Ed è inoltre un tentativo di revisione degli attuali strumenti di critica culturale con cui ci muoviamo fra le categorie culturali del nostro mondo. La ricerca che segue è frutto di un percorso iniziato circa sei anni fa, e concretizzato con la stesura della ricerca in forma di tesi di laurea per il Diploma Accademico specialistico in fotografia presso l&#8217;Accademia di Belle Arti di Catania. Pubblicherò quanto raccolto in piccoli frammenti, in quanto ciò dà la possibilità di uno scambio mirato, di una revisione più attenta di ogni singola giuntura che struttura il saggio e di un tempo di assorbimento adeguato.  L&#8217;obiettivo di questo scambio è quello di implementare, volta per volta, attraverso suggerimenti, critiche, scontri, revisioni, un&#8217;idea di collettività e di partecipazione critica.</p>
<p>Ringrazio la Scuola Fuori Norma per lo spazio concesso e ringrazio di cuore tutti coloro i quali vorranno intraprendere con me questo piccolo percorso sia in assonanza che in dissonanza!</p>
<p>Simone Caruso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h1><strong>LA SOCIETA&#8217; DELL&#8217;AUTOMATISMO</strong></h1>
<h2>Introduzione:</h2>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Il</span><span style="font-size: large"><span lang="it-IT"> progresso tecnico</span></span><span style="font-size: large"> e scientifico ha consentito all&#8217;uomo di emanciparsi da gran parte delle attività lavorative che un </span><span style="font-size: large"><span lang="it-IT">tempo</span></span><span style="font-size: large"> costituivano la parte fondamentale del suo stare al mondo. Quando Benjamin scrisse il suo famoso saggio &#8220;</span><span style="font-size: large"><i>L&#8217;opera d&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua riproducibilità tecnica</i></span><span style="font-size: large">&#8221; la sovrastruttura capitalista era gia ben instaurata e il periodo storico in cui scrisse il saggio permetteva di delineare il cambiamento socio economico a cui la società industriale stava andando incontro. La questione del decadimento dell&#8217;aura e dell&#8217;hic et nunc dell&#8217;originale in favore della sua riproduzione si rivela oggi come un processo perfino più pervasivo di quanto le tecnologie ai tempi di Benjamin permettessero di lasciare intuire; si tratta infatti di un processo che gradualmente ha inglobato e trasformato radicalmente gran parte del nostro vivere quotidiano. L&#8217;avanzamento esponenziale delle tecnologie per la riproduzione e difussione di immagini e informazioni ha fatto si che non esista più un &#8220;al di quà&#8221; della riproduzione. La copia si confonde con l&#8217;originale. </span></span><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Decadendo ogni umana intenzione creatrice sotto il processo automatico di implementazione dei nostri apparecchi, non abbiamo più strumenti adeguati alla navigazione in un mondo che è la rappresentazione di se stesso, tanto in senso etico quanto estetico. Il carattere prognostico di quanto scritto da Benjamin, successivamente sviluppato da Flusser con i suoi saggi sull&#8217;universo fotografico e l&#8217;immagine tecnica, si concretizza oggi -benché ancora solo all&#8217;inizio- nel nostro mondo perennemente connesso attraverso apparecchi telematici di riproduzione e scambio di informazioni. Questi, pervasivi come sono, hanno contribuito a creare un universo fatto di immagini e allo stesso tempo una realtà che costruiamo e viviamo in funzione di queste immagini.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Le immagini non sono più quell&#8217;insieme di segni e simboli che denotano il reale (qualcosa nel mondo là fuori) ma diventano esse stesse il reale per mezzo di un azione sempre più inclusiva dell&#8217;uomo in esse. Un reale sempre più traslato nella sua rappresentazione, vanificato nel segno, dove il segno non rimanda più al reale ma sempre a se stesso. Vista da questa prospettiva, l&#8217;umanità appare come un insieme di individui ciechi impegnati nella costruzione di un grande idolo, un gigantesco agnello d&#8217;oro da poter idolatrare. Naturalmente non è così. L&#8217;uomo sarà, prima o poi, capace di leggere, produrre e intervenire sulle immagini senza subirne l&#8217;elemento di superstizione celato in esse.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Se si vede l&#8217;attuale stato delle cose attraverso il filtro di una critica all&#8217;intenzione umana dietro gli apparecchi si farà l&#8217;errore di fermarsi ad un&#8217;apparente causa prima: &#8220;il mondo vive in funzione delle immagini in quanto gli apparecchi per produrre e diffondere queste immagini sono finite in mano a persone che ne hanno sfruttato il potenziale per i propri egoistici scopi&#8221;. Impostando così la critica finiremmo per tralasciare ciò che concretamente caratterizza il nostro tempo. Un punto essenziale della ricerca che segue è infatti l&#8217;automatismo. La nostra società è essenzialmente automatica, (si vedano strutture come la burocrazia, lo spettacolo, il capitalismo ecc) ovvero, è una società basata sul modello dell&#8217;apparecchio, della robotica, della cibernetica, dello strumento automatico, dove ogni azione si compie secondo uno schema di possibilità programmate, e prima o poi ogni possibilità del programma si compie.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Ogni strumento per sua natura tende ad esaurire le possibilità programmate al suo interno (lo strumento fotografico ad esempio vuole che si producano tutte le immagini che il suo programma permette di realizzare, la bomba nucleare vuole che si producano tutte le possibilità in esso programmate, inclusa, ad esempio, la detonazione) e ogni possibilità è destinata a compiersi in un periodo più o meno lungo. In questo gioco di probabilità l&#8217;automatismo è la costante e l&#8217;uomo (come coscienza e volontà) è l&#8217;incognita.</span></span></p>
<p><!-- @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p lang="it-IT" align="CENTER"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">I</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Nell&#8217;introduzione ho parlato di “esaurire le possibilità all&#8217;interno del programma” e questo presuppone che lo strumento abbia in sé delle potenze, ed esaurirle sta a noi; lo usiamo per raggiungere il nostro scopo che, altrimenti, raggiungeremmo in molto più tempo e con molta più fatica (quando possibile). Esaurire le possibilità dello strumento è ciò che si fa ogni qual volta ci si avvale del suo aiuto per raggiungere lo scopo previsto dal suo programma o funzione. Dalla forchetta per prendere il cibo, all&#8217;automobile per spostarci, dal microscopio o al satellite per superare i limiti del nostro occhio, alla caffettiera per preparare un caffè e così via.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Cosa vuol dire esattamente però &#8220;esaurire le possibilità dello strumento&#8221;? Ebbene, lo strumento nasce per svolgere un compito che normalmente dovrebbe essere svolto dalle mani dell&#8217;uomo, esso insomma ci aiuta nel fare concreto e viene “programmato” per svolgere delle specifiche funzioni. Esso possiede un “programma”. Il programma di una pala da giardino è quello di spalare, quello di un pianoforte è di produrre suoni facendo vibrare le sue corde. Eppure anche una pala vibra, e più in generale si può dire di molti strumenti che possano svolgere compiti non previsti dal loro programma, ad esempio potrei usare una pala da giardino per emettere vibrazioni e dunque utilizzarla come uno strumento musicale, o potrei utilizzare il pianoforte per emettere rumori simili ad una pala da giardino che viene percossa. Eppure così non sto agendo secondo l&#8217;intenzione creatrice di questi strumenti, bensì sto agendo contro il loro programma, ed è ciò che accade quando un&#8217;intenzione umana si frappone fra il programma e lo strumento piegandolo secondo le proprie intenzioni (l&#8217;artista, lo scienziato). Ogni strumento, di qualsiasi natura, ha quindi un programma.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-size: large"><span lang="it-IT">Tecnica e scienza hanno permesso che gli strumenti diventassero sempre più complessi, e man mano che la loro complessità aumentava diventavano paradossalmente sempre più semplici da utilizzare, infatti i comandi all&#8217;esterno diventano sempre di meno e il meccanismo interno, il “programma”, diventa sempre più ricco e sempre più indipendente dall&#8217;intervento dell&#8217;uomo: lo strumento diventa macchina. È nel programma della macchina che si esplicita la sua possibilità di indipendenza, in quanto l&#8217;intenzione che l&#8217;ha programmata è propriamente quella di emanciparci dal lavoro manuale. Infatti nel concepire l&#8217;idea stessa di una macchina che possa sgravarci dal lavoro è implicito il desiderio di azzerare la necessità dell&#8217;intervento umano. Più la macchina diventa indipendente, più ci allontaniamo dal lavoro manuale.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">L&#8217;automatismo in essa insito, fagocita qualsiasi intenzione umana nel suo agire meccanico ed automatico e percorre una strada già segnata in partenza, ovvero quella del continuo e inesorabile cammino verso l&#8217;indipendenza dall&#8217;uomo. Il funzionamento della macchina tende sempre più verso l&#8217;automatismo e l&#8217;automatismo chiede di essere implementato, costantemente migliorato, fino a raggiungere un grado tale di autosufficienza da emanciparsi finalmente dall&#8217;uomo e migliorare se stessa.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Ogni strumento o macchina, in grado maggiore o minore, possiede un programma e questo programma è parte integrante dell&#8217;intenzione per cui è stato generato e qualsiasi contraddizione del suo programma ne snatura la funzione e quindi anche la sua intenzione.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Stando a quanto detto prima, più lo strumento è complesso meno ci è possibile penetrare al suo interno, nel suo programma, e quindi “destrutturarne” la funzione; più è semplice il suo programma, più sarà facile “destrutturarne” la funzione. Saremmo quindi tentati di dire che più è alto il grado di automatismo in uno strumento, meno libertà resta al suo funzionario. In parte è così, ma per agire contro un programma automatico bisogna prima capirne il funzionamento.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">La Funzione &#8220;auto&#8221; (che sta per &#8220;automatico&#8221;) è presente su gran parte degli apparecchi che usiamo quotidianamente, talvolta come opzione alternativa all&#8217;opzione &#8220;manuale&#8221;, talvolta invece, soprattutto nelle macchine e negli apparecchi più recenti, questa possibilità di scelta viene negata in favore di un automatismo totale. Ad esempio, l&#8217;apparecchio fotografico. Esso è, come tutti gli apparecchi, un giocattolo che simula processi mentali (l&#8217;immaginazione). In quanto simulazione di un processo mentale l&#8217;apparecchio fotografico, come tutti gli apparecchi, è un&#8217;intelligenza artificiale. Esso automatizza i suoi processi (il suo programma) al punto tale da occultarli al suo interno, rendendosi indipendente e rendendo l&#8217;uomo sempre meno competente sul funzionamento interno di queste “scatole nere”, fino al punto di emanciparlo dal dover operare delle scelte che, così, possono essere demandate al programma automatico dell&#8217;apparecchio. La conseguenza è una marea di foto ridondanti. Un unico punto di vista per milioni di persone. Un unico filtro per la realtà di molti.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000"><span style="font-size: large"><span lang="it-IT">Eppure vi sono casi che smentiscono quanto detto, infatti la differenza tra ridondanza e informazione è svelata nell&#8217;intenzione (a favore o contro il programma) che l&#8217;ha generata. È infatti l&#8217;inaspettato, (ciò che non è previsto dal programma) ad essere informativo, tutto il resto è ridondanza e quindi non informativo, inutile. Naturalmente il programma dell&#8217;apparecchio fotografico è molto ampio, e per poterne destrutturare gli aspetti è necessario prima individuarne le possibilità. Nel programma dell&#8217;apparecchio fotografico vi sono infatti inserite tutte le possibilità dell&#8217;universo fotografico, che va dal parco industrie che l&#8217;hanno generato ai canali di distribuzione in cui si rimpiazzeranno a vicenda una serie più o meno ampia di immagini.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: large">Nel programma (automatico) dello strumento fotografico si esplicita parte del funzionamento della nostra società in quanto l&#8217;universo fotografico è costituito dall&#8217;universo culturale in cui siamo immersi e infatti il fotografo si muove fra gli oggetti culturali per tradurli in immagine formando così l&#8217;universo fotografico. Si può in effetti dire che è proprio l&#8217;universo delle immagini oggi ad avere il predominio nella nostra cultura; le immagini che ci circondano, a cui siamo assuefatti, sono quelle immagini che hanno contribuito a formare le categorie di pensiero su cui oggi basiamo la nostra esistenza. Una grande società dello spettacolo diffuso è possibile in quanto essendo l&#8217;uomo privo di coordinate per orientarsi in questo universo “virtuale” comincia a vivere in funzione di esso, ne subisce la magia, l&#8217;elemento di superstizione. Nascono i miti, le star, la società muta col mutare delle sue immagini che a loro volta mutano con l&#8217;evolvere della tecnologia. Lo strumento fotografico per la prima volta consente all&#8217;uomo di astrarsi dalla realtà senza bisogno di una sua mediazione diretta: non si tratta di pittura, disegno, gesto o scrittura; la fotografia è la traccia lasciata automaticamente dalla luce su una superficie fotosensibile, ed è proprio questo “automatismo della coscienza”, del memorizzare, dell&#8217;esperire la realtà attraverso un apparecchio che permetterà il concepimento e lo sviluppo di una nuova categoria di pensiero: il proprio sé viene demandato automaticamente a qualcosa fuori-dal-sé. Lo strumento fotografico decreta la fine di ogni critica storica per aprire le porte ad una post storia intesa come assenza di quelle categorie spazio temporali lineari finora a noi utili nella decifrazione e concettualizzazione della realtà e come decadimento del valore dell&#8217;oggetto in sé e iper-valutazione dell&#8217;informazione (post-industria). La realtà si frammenta in frazioni di secondo, il tempo si frantuma e ci appare davanti nella sua fino ad allora fantomatica ombra.</span></span></p>
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