La società dell’automatismo

La società dell’automatismo
24 Marzo 2017 Simone Caruso

Quanto segue è una riflessione a puntate sull’attuale società dominata dalle immagini tecniche. Ed è inoltre un tentativo di revisione degli attuali strumenti di critica culturale con cui ci muoviamo fra le categorie culturali del nostro mondo. La ricerca che segue è frutto di un percorso iniziato circa sei anni fa, e concretizzato con la stesura della ricerca in forma di tesi di laurea per il Diploma Accademico specialistico in fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Pubblicherò quanto raccolto in piccoli frammenti, in quanto ciò dà la possibilità di uno scambio mirato, di una revisione più attenta di ogni singola giuntura che struttura il saggio e di un tempo di assorbimento adeguato.  L’obiettivo di questo scambio è quello di implementare, volta per volta, attraverso suggerimenti, critiche, scontri, revisioni, un’idea di collettività e di partecipazione critica.

Ringrazio la Scuola Fuori Norma per lo spazio concesso e ringrazio di cuore tutti coloro i quali vorranno intraprendere con me questo piccolo percorso sia in assonanza che in dissonanza!

Simone Caruso

 

 

LA SOCIETA’ DELL’AUTOMATISMO

Introduzione:

Il progresso tecnico e scientifico ha consentito all’uomo di emanciparsi da gran parte delle attività lavorative che un tempo costituivano la parte fondamentale del suo stare al mondo. Quando Benjamin scrisse il suo famoso saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” la sovrastruttura capitalista era gia ben instaurata e il periodo storico in cui scrisse il saggio permetteva di delineare il cambiamento socio economico a cui la società industriale stava andando incontro. La questione del decadimento dell’aura e dell’hic et nunc dell’originale in favore della sua riproduzione si rivela oggi come un processo perfino più pervasivo di quanto le tecnologie ai tempi di Benjamin permettessero di lasciare intuire; si tratta infatti di un processo che gradualmente ha inglobato e trasformato radicalmente gran parte del nostro vivere quotidiano. L’avanzamento esponenziale delle tecnologie per la riproduzione e difussione di immagini e informazioni ha fatto si che non esista più un “al di quà” della riproduzione. La copia si confonde con l’originale. Decadendo ogni umana intenzione creatrice sotto il processo automatico di implementazione dei nostri apparecchi, non abbiamo più strumenti adeguati alla navigazione in un mondo che è la rappresentazione di se stesso, tanto in senso etico quanto estetico. Il carattere prognostico di quanto scritto da Benjamin, successivamente sviluppato da Flusser con i suoi saggi sull’universo fotografico e l’immagine tecnica, si concretizza oggi -benché ancora solo all’inizio- nel nostro mondo perennemente connesso attraverso apparecchi telematici di riproduzione e scambio di informazioni. Questi, pervasivi come sono, hanno contribuito a creare un universo fatto di immagini e allo stesso tempo una realtà che costruiamo e viviamo in funzione di queste immagini.

Le immagini non sono più quell’insieme di segni e simboli che denotano il reale (qualcosa nel mondo là fuori) ma diventano esse stesse il reale per mezzo di un azione sempre più inclusiva dell’uomo in esse. Un reale sempre più traslato nella sua rappresentazione, vanificato nel segno, dove il segno non rimanda più al reale ma sempre a se stesso. Vista da questa prospettiva, l’umanità appare come un insieme di individui ciechi impegnati nella costruzione di un grande idolo, un gigantesco agnello d’oro da poter idolatrare. Naturalmente non è così. L’uomo sarà, prima o poi, capace di leggere, produrre e intervenire sulle immagini senza subirne l’elemento di superstizione celato in esse.

Se si vede l’attuale stato delle cose attraverso il filtro di una critica all’intenzione umana dietro gli apparecchi si farà l’errore di fermarsi ad un’apparente causa prima: “il mondo vive in funzione delle immagini in quanto gli apparecchi per produrre e diffondere queste immagini sono finite in mano a persone che ne hanno sfruttato il potenziale per i propri egoistici scopi”. Impostando così la critica finiremmo per tralasciare ciò che concretamente caratterizza il nostro tempo. Un punto essenziale della ricerca che segue è infatti l’automatismo. La nostra società è essenzialmente automatica, (si vedano strutture come la burocrazia, lo spettacolo, il capitalismo ecc) ovvero, è una società basata sul modello dell’apparecchio, della robotica, della cibernetica, dello strumento automatico, dove ogni azione si compie secondo uno schema di possibilità programmate, e prima o poi ogni possibilità del programma si compie.

Ogni strumento per sua natura tende ad esaurire le possibilità programmate al suo interno (lo strumento fotografico ad esempio vuole che si producano tutte le immagini che il suo programma permette di realizzare, la bomba nucleare vuole che si producano tutte le possibilità in esso programmate, inclusa, ad esempio, la detonazione) e ogni possibilità è destinata a compiersi in un periodo più o meno lungo. In questo gioco di probabilità l’automatismo è la costante e l’uomo (come coscienza e volontà) è l’incognita.

I

Nell’introduzione ho parlato di “esaurire le possibilità all’interno del programma” e questo presuppone che lo strumento abbia in sé delle potenze, ed esaurirle sta a noi; lo usiamo per raggiungere il nostro scopo che, altrimenti, raggiungeremmo in molto più tempo e con molta più fatica (quando possibile). Esaurire le possibilità dello strumento è ciò che si fa ogni qual volta ci si avvale del suo aiuto per raggiungere lo scopo previsto dal suo programma o funzione. Dalla forchetta per prendere il cibo, all’automobile per spostarci, dal microscopio o al satellite per superare i limiti del nostro occhio, alla caffettiera per preparare un caffè e così via.

Cosa vuol dire esattamente però “esaurire le possibilità dello strumento”? Ebbene, lo strumento nasce per svolgere un compito che normalmente dovrebbe essere svolto dalle mani dell’uomo, esso insomma ci aiuta nel fare concreto e viene “programmato” per svolgere delle specifiche funzioni. Esso possiede un “programma”. Il programma di una pala da giardino è quello di spalare, quello di un pianoforte è di produrre suoni facendo vibrare le sue corde. Eppure anche una pala vibra, e più in generale si può dire di molti strumenti che possano svolgere compiti non previsti dal loro programma, ad esempio potrei usare una pala da giardino per emettere vibrazioni e dunque utilizzarla come uno strumento musicale, o potrei utilizzare il pianoforte per emettere rumori simili ad una pala da giardino che viene percossa. Eppure così non sto agendo secondo l’intenzione creatrice di questi strumenti, bensì sto agendo contro il loro programma, ed è ciò che accade quando un’intenzione umana si frappone fra il programma e lo strumento piegandolo secondo le proprie intenzioni (l’artista, lo scienziato). Ogni strumento, di qualsiasi natura, ha quindi un programma.

Tecnica e scienza hanno permesso che gli strumenti diventassero sempre più complessi, e man mano che la loro complessità aumentava diventavano paradossalmente sempre più semplici da utilizzare, infatti i comandi all’esterno diventano sempre di meno e il meccanismo interno, il “programma”, diventa sempre più ricco e sempre più indipendente dall’intervento dell’uomo: lo strumento diventa macchina. È nel programma della macchina che si esplicita la sua possibilità di indipendenza, in quanto l’intenzione che l’ha programmata è propriamente quella di emanciparci dal lavoro manuale. Infatti nel concepire l’idea stessa di una macchina che possa sgravarci dal lavoro è implicito il desiderio di azzerare la necessità dell’intervento umano. Più la macchina diventa indipendente, più ci allontaniamo dal lavoro manuale.

L’automatismo in essa insito, fagocita qualsiasi intenzione umana nel suo agire meccanico ed automatico e percorre una strada già segnata in partenza, ovvero quella del continuo e inesorabile cammino verso l’indipendenza dall’uomo. Il funzionamento della macchina tende sempre più verso l’automatismo e l’automatismo chiede di essere implementato, costantemente migliorato, fino a raggiungere un grado tale di autosufficienza da emanciparsi finalmente dall’uomo e migliorare se stessa.

Ogni strumento o macchina, in grado maggiore o minore, possiede un programma e questo programma è parte integrante dell’intenzione per cui è stato generato e qualsiasi contraddizione del suo programma ne snatura la funzione e quindi anche la sua intenzione.

Stando a quanto detto prima, più lo strumento è complesso meno ci è possibile penetrare al suo interno, nel suo programma, e quindi “destrutturarne” la funzione; più è semplice il suo programma, più sarà facile “destrutturarne” la funzione. Saremmo quindi tentati di dire che più è alto il grado di automatismo in uno strumento, meno libertà resta al suo funzionario. In parte è così, ma per agire contro un programma automatico bisogna prima capirne il funzionamento.

La Funzione “auto” (che sta per “automatico”) è presente su gran parte degli apparecchi che usiamo quotidianamente, talvolta come opzione alternativa all’opzione “manuale”, talvolta invece, soprattutto nelle macchine e negli apparecchi più recenti, questa possibilità di scelta viene negata in favore di un automatismo totale. Ad esempio, l’apparecchio fotografico. Esso è, come tutti gli apparecchi, un giocattolo che simula processi mentali (l’immaginazione). In quanto simulazione di un processo mentale l’apparecchio fotografico, come tutti gli apparecchi, è un’intelligenza artificiale. Esso automatizza i suoi processi (il suo programma) al punto tale da occultarli al suo interno, rendendosi indipendente e rendendo l’uomo sempre meno competente sul funzionamento interno di queste “scatole nere”, fino al punto di emanciparlo dal dover operare delle scelte che, così, possono essere demandate al programma automatico dell’apparecchio. La conseguenza è una marea di foto ridondanti. Un unico punto di vista per milioni di persone. Un unico filtro per la realtà di molti.

Eppure vi sono casi che smentiscono quanto detto, infatti la differenza tra ridondanza e informazione è svelata nell’intenzione (a favore o contro il programma) che l’ha generata. È infatti l’inaspettato, (ciò che non è previsto dal programma) ad essere informativo, tutto il resto è ridondanza e quindi non informativo, inutile. Naturalmente il programma dell’apparecchio fotografico è molto ampio, e per poterne destrutturare gli aspetti è necessario prima individuarne le possibilità. Nel programma dell’apparecchio fotografico vi sono infatti inserite tutte le possibilità dell’universo fotografico, che va dal parco industrie che l’hanno generato ai canali di distribuzione in cui si rimpiazzeranno a vicenda una serie più o meno ampia di immagini.

Nel programma (automatico) dello strumento fotografico si esplicita parte del funzionamento della nostra società in quanto l’universo fotografico è costituito dall’universo culturale in cui siamo immersi e infatti il fotografo si muove fra gli oggetti culturali per tradurli in immagine formando così l’universo fotografico. Si può in effetti dire che è proprio l’universo delle immagini oggi ad avere il predominio nella nostra cultura; le immagini che ci circondano, a cui siamo assuefatti, sono quelle immagini che hanno contribuito a formare le categorie di pensiero su cui oggi basiamo la nostra esistenza. Una grande società dello spettacolo diffuso è possibile in quanto essendo l’uomo privo di coordinate per orientarsi in questo universo “virtuale” comincia a vivere in funzione di esso, ne subisce la magia, l’elemento di superstizione. Nascono i miti, le star, la società muta col mutare delle sue immagini che a loro volta mutano con l’evolvere della tecnologia. Lo strumento fotografico per la prima volta consente all’uomo di astrarsi dalla realtà senza bisogno di una sua mediazione diretta: non si tratta di pittura, disegno, gesto o scrittura; la fotografia è la traccia lasciata automaticamente dalla luce su una superficie fotosensibile, ed è proprio questo “automatismo della coscienza”, del memorizzare, dell’esperire la realtà attraverso un apparecchio che permetterà il concepimento e lo sviluppo di una nuova categoria di pensiero: il proprio sé viene demandato automaticamente a qualcosa fuori-dal-sé. Lo strumento fotografico decreta la fine di ogni critica storica per aprire le porte ad una post storia intesa come assenza di quelle categorie spazio temporali lineari finora a noi utili nella decifrazione e concettualizzazione della realtà e come decadimento del valore dell’oggetto in sé e iper-valutazione dell’informazione (post-industria). La realtà si frammenta in frazioni di secondo, il tempo si frantuma e ci appare davanti nella sua fino ad allora fantomatica ombra.

Simone Caruso
Nato nel 1992, si laurea all’Accademia di Belle Arti di Catania presso il corso di Nuovi Linguaggi della Pittura.