LA SOCIETA’ DELL’AUTOMATISMO, II° PARTE

LA SOCIETA’ DELL’AUTOMATISMO, II° PARTE
9 Aprile 2017 Simone Caruso

Facendo un po’ il punto della situazione possiamo affermare che gli odierni apparecchi sono  figli delle macchine, che a loro volta erano figlie degli strumenti, ma a differenza di questi ultimi l’apparecchio si presenta come uno strumento molto evoluto che ha contribuito a creare nuove categorie di pensiero fino ad allora inedite e con un programma abbastanza ampio da poter simulare processi mentali. Naturalmente per processi mentali, riferito agli apparecchi che li simulano, si intendono una serie di elementi puntuali (concetti separati fra loro) che rappresentano qualcosa nel mondo la fuori, che vengono successivamente combinati. È in questa misura che gli apparecchi possono formulare pensiero, attraverso la combinazione di questi elementi puntuali, come ad esempio nelle immagini costituite da pixel. Nel mondo concreto i concetti non sono elementi puntuali e distinti ma sono intimamente legati senza lacune. Al contrario nella cibernetica, dove si possono distinguere concetti e funzioni distinte e puntuali, l’apparecchio è di fatto onnisciente. I “processi mentali” avvengono al suo interno in maniera automatica (e quindi subumana) e mettono in relazione concetti che corrispondono ad elementi che rappresentano qualcosa nel mondo là fuori, creando un nuovo universo, quello appunto delle immagini, e man mano che questo universo cresce si sostituisce al nostro mondo tradizionale, spingendoci a pensare il mondo come una serie di elementi individuali e poi combinati casualmente, come una serie di situazioni, di scene, esattamente come è l’universo delle immagini. Vedere il mondo come un insieme di scene è ciò che oggi accade, non per chissà quale incantesimo o complotto politico-capitalista ma per pura necessità dell’apparecchio in modo appunto automatico. Con ciò naturalmente non intendo affermare che il capitale sia ininfluente, quanto più intendo affermare il carattere subumano del capitalismo come apparato; più avanti chiarirò il concetto di apparato.

Una serie di nevrosi e psicosi collettive si susseguono come mode, e la psicologia d’altra parte non può riconoscerne il carattere consequenziale in quanto andrebbe contro la sua deontologia affermare che non vi è malattia se non in funzione della sua immagine. La malattia esiste in quanto può essere fotografata. Un domani le nostre malattie saranno obsolete. Ricercare il carattere universale della malattia nell’individuo come nel collettivo ci porta ad una questione spinosa: É nata prima la malattia o gli strumenti hanno reso possibile il manifestarsi della malattia? Le nevrosi e le psicosi legate alla percezione del sé, della propria immagine, affiorate negli ultimi decenni magari aspettavano in agguato il momento giusto per manifestarsi.

Mi sono voluto concedere questa breve digressione non per vizio ma per cercare di dare un’idea quanto più chiara possibile della profondità di penetrazione a cui oggi è arrivata l’essenza dell’apparecchio, tanto nel nostro tessuto sociale quanto nell’individuo e nel suo rapportarsi agli altri come nel suo rapportarsi a se stesso.

Continuando a percorrere il filo dell’automatismo, non in senso strettamente storico quanto più fenomenologico, ci imbattiamo in qualcosa di molto curioso. L’apparecchio fotografico, dai primi modelli diffusi su larga scala, ingombranti e difficili da utilizzare, è via via diventato più piccolo, più maneggevole, più semplice da utilizzare, sempre più indipendente dalle competenze dell’operatore che lo utilizza. Il passaggio al digitale sancisce qualcosa di bizzarro per certi versi, e non mi riferisco all’apparecchio fotografico propriamente detto, che continua ancora in fin dei conti ad imitare nell’essenza il suo antenato analogico; mi riferisco piuttosto alla portentosa e al tempo quasi fantascientifica novità dell’implementazione di un piccolo, e ai tempi assai scadente, obiettivo fotografico nel telefono cellulare. Quando fece la sua comparsa nel mercato era ancora un apparecchio costoso, meno attraente nel design rispetto agli odierni smartphone e la qualità dell’immagine, come la capacità di memoria, e il software che li gestiva era parecchio scarso ma quanto mai pionieristico. Il costo di quegli apparecchi era piuttosto elevato e per questo ancora anti-democratico. Le compagnie telefoniche cominciavano a proporre le prime offerte per la spedizione e ricezione di queste fotografie di bassa risoluzione, eravamo ancora lontani dall’odierno flusso telematico di scambio incessante di immagini. La cosa curiosa tuttavia è che l’apparecchio fotografico viene implementato in un altro apparecchio (il telefono cellulare) nel momento in cui quest’ultimo è ormai l’apparecchio più diffuso e indispensabile nella società occidentale. In pochissimi anni il mercato si configura in modo tale da far intravedere una sempre maggiore possibilità (necessità) di connessione fra i singoli individui a grandi distanze. In pochi anni le industrie delle telecomunicazioni implementano apparecchi ed elaborano piani tariffari uno dopo l’altro in un vortice di pubblicità onnipresenti. Ma i tempi non sono ancora maturi, le connessioni sono troppo lente, la qualità di questi prodotti è troppo bassa, e inoltre sono ancora troppo costosi, vengono insomma utilizzati solo da una certa élite. Internet gioca in tutto questo un ruolo fondamentale, di pari passo agli apparecchi portatili si sviluppano i modem che da rumorosi, lenti e costosi diventano silenziosi, più economici e quindi più diffusi e soprattutto più veloci. L’incremento dell’utilizzo domestico di internet porta ad un maggiore sviluppo e alla diffusione di quei portali legati alla connessione tra utenti come le chat in cui ci si può inviare messaggi, fotografie, e perfino video chiamarsi tramite una webcam. In pochissimi anni finalmente i tempi sono maturi: le industrie delle telecomunicazioni e dell’informatica fanno si che i social network diventino la nostra moderna agorà. Connessioni veloci, free wi-fi pressoché ovunque, offerte bombardanti per l’acquisto di uno smartphone da portare sempre con noi. Gli organi istituzionali, le università, la politica, e perfino la chiesa si telematizzano nei social network che ci collegano a tutto il mondo in tempo reale. Un flusso incessante ed esponenziale di informazioni vengono prodotte: foto, video, registrazioni audio, messaggi, tutto viaggia nell’etere incessantemente. In pochi anni i vari apparati (in tedesco apparat designa anche l’apparecchio per come lo intendiamo noi) si sono mossi in una direzione univoca, un movimento automatico e consequenziale teso a convertire le informazioni dal mondo reale al flusso informatico, con tutto ciò che ne consegue. Prima di continuare però è bene chiarire cosa sia uno smartphone e in che misura può entrare in questa breve critica della società automatica.

Esso come abbiamo visto è il frutto di una serie di casi che l’hanno reso possibile: l’evoluzione della tecnica, delle telecomunicazioni e dell’informatica supportate da uno stato di cose capitalista. È l’esatta configurazione di un potere che si impone in maniera, per così dire, “automatica” (quello delle telecomunicazioni) e trova innesto nella tendenza naturale dell’uomo a produrre sempre più informazioni e condividerle. Eppure questa tendenza, nel giustificare il processo di automazione nella produzione di informazioni, paradossalmente tende ad occultarne gli effetti.

Se la fotografia è un automatismo che imita il pensiero in un gioco di combinazioni casuali quali effettivamente è l’universo fotografico (ed è esattamente lo stesso automatismo che ci emancipa dal nostro tradizionale stare-al-mondo) la telematia dello smartphone scompone la nostra persona (allo stesso modo della fotografia) in un universo granulare, di singoli pixel, e ci ricompone diffusamente nel mondo in qualsiasi istante, in quanto ciò è contenuto nel suo programma ed è dunque sia possibile che, in un certo senso, necessario. Non più oggetto concreto ma pura informazione. Abbiamo automatizzato la nostra persona in uno strumento e lo strumento si sta via via emancipando dal nostro intervento automatizzando il nostro rapportarci agli altri attraverso la nostra immagine, sdoganando i concetti di “io” o di una virtualità pensata come realtà “altra”.

Questa smaterializzazione dell’io era già presente nella televisione in forma embrionale e oggi assistiamo al suo rapido sviluppo, il nostro non è che un tempo di passaggio con tutti i disagi che i cambiamenti e le mutazioni in generale possono portare. Nello smartphone si intravede il processo di assorbimento nella struttura stessa del corpo umano: sempre più sottili e minimali, sempre più semplici all’esterno e misteriosi all’interno, gli smartphone chiedono di essere delle vere e proprie appendici del nostro corpo da cui difficilmente ci separiamo e quando questo avviene subentra il disagio. Gli occhiali per la realtà aumentata sono indicativi della tendenza di questo strumento ad essere sempre più un vero e proprio organo aggiunto, uno strumento che si installerà direttamente nel nostro corpo, abbandonando progressivamente ciò che è oggettuale, ingombrante e quindi obsoleto.

Nato nel 1992, si laurea all’Accademia di Belle Arti di Catania presso il corso di Nuovi Linguaggi della Pittura.