LA SOCIETA’ DELL’AUTOMATISMO, III° PARTE

LA SOCIETA’ DELL’AUTOMATISMO, III° PARTE
14 Maggio 2017 Simone Caruso

Per fare il punto della situazione dunque potremmo dire che l’obiettivo fotografico chiede “ciecamente” di vedere, gli strumenti telematici chiedono “ciecamente” che il contenuto sia condiviso e l’operatore, il creatore di informazioni “ciecamente” produce e condivide contenuti soddisfacendo una necessità che è ambiguamente forse più dello strumento che sua. Per “cieco” si può intendere anche automatico, in quanto l’automatismo è sempre cieco.

Possiamo a questo punto, chiarito il concetto di strumento e apparecchio moltiplicarlo in strutture o meglio apparati, nel senso di insiemi di strumenti che in un impianto concorrono ad un determinato scopo. La società attuale appare come un insieme di apparati costituiti da strumenti automatici che concorrono ciecamente alla soddisfazione delle necessità dei programmi contenuti in essi. I vari apparati per come ci si presentano oggi, nel loro funzionamento automatico e subumano, tendono a prevaricare l’intenzione umana nel loro essere indipendenti, configurandosi come vere e proprie entità decisionali al di sopra della coscienza degli individui; sgravano cioè l’uomo dal peso della scelta imponendo automaticamente scelte programmate che si vanno realizzando automaticamente. Una critica della cultura attuale, alla luce dell’automatismo degli apparati, ci si presenta come una critica alla società dell’automatismo ed è alla luce del concetto di automatismo che vanno riviste le categorie della critica culturale. Una critica in funzione dell’automatismo andrebbe formulata più o meno così: La nostra società è formata da apparati automatici, ovvero apparati che progressivamente disinseriscono l’uomo dal loro funzionamento guadagnando sempre più autonomia innescando un meccanismo di feedback per cui essi migliorano se stessi al punto di prevaricare qualsiasi intenzione umana. Una critica di carattere umanistico potrebbe contestare a quanto appena detto di vedere negli strumenti un’entità titanica, disconoscendo così l’intenzione umana che li ha creati. Il problema di una critica umanistica però è che non tiene conto della specificità di questi apparecchi. L’automatismo ha dissolto quell’intenzione umana che sta dietro la creazione degli apparecchi e per questo, una critica formulata così, è da ritenersi inadeguata al nostro tempo. Una critica dell’automatismo, d’altro canto, permetterebbe di vederne non tanto il carattere inesorabile, titanico e sovraumano, quanto più quello subumano, ottuso e cieco proprio dell’automatismo. I gesti automatici fanno ormai parte di noi, dall’aspetto più esteriore a quello più intimo del nostro sentire e del nostro volere. Dall’impiego lavorativo, ai desideri più profondi, dai nostri bisogni al nostro modo di comunicare e rapportarci agli altri, tutto è parte di un programma e per esaurire questo programma, per trascenderlo, è necessario individuarlo e criticarlo con gli strumenti adeguati, solo così si può scongiurare il rischio di una società fatta di individui che agiscono secondo programma, una società ridondante, dell’eterno ritorno dell’uguale.

La domanda fondamentale a questo punto è: dove possiamo individuare la libertà dell’uomo in un tempo che è fatto di processi sempre più automatici?

Nato nel 1992, si laurea all’Accademia di Belle Arti di Catania presso il corso di Nuovi Linguaggi della Pittura.