Around the Sound – La “voce” di Gianpaolo Chiriacò

Around the Sound – La “voce” di Gianpaolo Chiriacò
11 ottobre 2016 canecapovolto

Gianpaolo Chiriacò, etnomusicologo e ricercatore presso l’Università del Salento, sarà a Scuola FuoriNorma dal 21 al 23 ottobre con un workshop dove voce e vocalità si confronteranno con l’idea di spazio e memoria. Curatore e organizzatore del simposio ‘Black Vocality: Cultural Memories, Identities, and Practices of African-American Singing Styles’, presso il Columbia College di Chicago, Chiriacò, a partire dall’analisi delle vocalità legate alla diaspora africana, ci conduce ad una riflessione sul rapporto indissolubile tra voce, memoria e territorio, criticando fortemente l’idea che la vocalità sia pura espressione dell’individualità.

Scrive Chiriacò:

“Come etnomusicologo e antropologo della musica, il mio principale campo d’indagine è il canto afroamericano. Mi occupo in particolare di come la vocalità abbia definito, formato, raccontato e ricontestualizzato l’esperienza nera negli Stati Uniti. Nella storia della musica afroamericana, la tradizione dei calls and cries – richiami funzionali, legati per lo più a situazioni lavorative, quali gli strilli dei mercanti, o a particolari esigenze di comunicazione, come gli hollers notturni – riveste un ruolo assai prominente: vengono infatti considerati stili primigeni da cui ha preso vita la grande musica afroamericana del Ventesimo secolo.

Nell’estate del 2014 ho iniziato, all’interno di un più vasto progetto di ricerca, a utilizzare le indagini in ambito afroamericano come griglia interpretativa per comprendere le espressioni musicali, e in particolare vocali, che emergono nel contesto della diaspora africana in Italia. Per svolgere una ricerca sul campo che mi permettesse di mettere subito a fuoco questioni legate alla vocalità e alla blackness, mi sono rivolto al contesto italiano con un’attenzione simile a quella dei ricercatori americani nel Sud degli Stati Uniti nei primi decenni del Novecento. Ho così pensato di raccogliere registrazioni di voci nello spazio balneare estivo, di fissare cioè su un supporto digitale il soundscape della spiaggia nei mesi dell’afflusso turistico, in cerca di calls and cries per così dire afro-europei, ma anche contemporanei, ovvero inseriti in un paesaggio odierno, a sua volta oggetto della ricerca.

Ero consapevole che la mia scelta andava incontro ad almeno due grossi problemi metodologici ed etici. In primo luogo, gli etnografi americani del secolo scorso, a cui in qualche modo mi ispiravo, ragionavano in base a una realtà socio-politica polarizzata, con la segregazione come componente essenziale. In secondo luogo, occupandomi di voci (cioè di suono) e non dei soggetti (cioè dei produttori di quel suono) partecipavo al processo mediante il quale i soggetti dalla pelle nera spariscono – nella società italiana – quando non si parla di loro (quasi mai “con loro”), cioè quando non si parla di sbarchi o criminalità. Son due nodi metodologici ed etici che in nessun modo ho provato a sciogliere. Il solo fatto che io – bianco ed europeo – potessi sedermi su una spiaggia con in mano un registratore era parte del mio privilegio. Negare o limitarne gli effetti sarebbe stato inutile, dal momento che quel privilegio era parte integrante del paesaggio che mi interessava osservare, quindi parte integrante della mia ricerca. Inoltre, lo slittamento ermeneutico dal soggetto alla sua voce mi permetteva di avviare una critica all’idea neoliberista di voce come pura e autentica espressione dell’individualità (Weidman 2014, 46), nel tentativo di dimostrare che più spesso di quanto pensiamo – laddove non intervengano specifiche dinamiche di potere e rappresentazione – la voce dell’altro viene da noi catalogata come semplice parte di un rumore di fondo. Di un soundscape, appunto.”

Around the Sound

Dal 1992 il collettivo studia e sperimenta le possibilità espressive della visione e delle dinamiche della percezione, ricorrendo a pratiche di produzione legate principalmente ai dispositivi audio-video.