L’IMMAGINE MANCANTE#2

L’IMMAGINE MANCANTE#2
10 Aprile 2020 Alessandro Aiello

 

 UN EDITORIALE

Ecco un nuovo spazio mentale per chi ama il Cinema, i film, i dvd ma soprattutto idee, pensieri ed azioni che lo Spettacolo e la famigerata “macchina dei sogni” vorrebbero invece coprire o annullare. Il titolo di questo blog si deve alla scoperta della sorprendente varietà di rettangoli neri che è possibile trovare su Google alla ricerca “rettangolo nero”. La redazione di questa rubrica è collettiva: Sebastiano Pennisi, Livio Marchese, Alessandro Finocchiaro, Enrico Lanza ed io stesso.

Stiamo sperimentando uno spazio mentale dedicato ad un’idea diversa, anti-autoritaria di critica nel quale si mischiano film storici, recenti e meno recenti.  L’approccio potrebbe chiarire come mai abbiamo improvvisamente cessato di acquistare o leggere riviste di cinema. Segnalazioni e recensioni non sono firmate perché sono come i “rintocchi dal profondo” di cui parla Herzog, le immagini che arredano “L’Immagine mancante” sono “elettrografie” realizzate da fratello Zoltan Fazekas.

 

 

INDICE:

 

 

SAFARI

HARRY, HE’S HERE TO HELP

MAMMUTH

UNA LUCERTOLA CON PELLE DI DONNA

YOUNG ADAM

DOGVILLE

AMORES PERROS

FAVOLACCE

BATTLE ROYALE

DER BUSENDFREUNDE

SIGNORE E SIGNORI

L’ULTIMO TRENO DELLA NOTTE

NIENTE DA NASCONDERE

BENNY’S VIDEO

UP!

WHERE TO INVADE NEXT

TEMPORADA DE PATOS

SUICIDE CLUB

CLUB SANDWICH

MALA NOCHE

NOI E L’AMORE: COMPORTAMENTO SESSUALE VARIANTE

LILITH LA DEA DELL’AMORE

SCEMI DI GUERRA

FUOCOAMMARE

CHIAMAMI COL TUO NOME

L’UOMO CHE FUGGI’ DAL FUTURO

AGUIRRE

REQUIEM FOR A DREAM

DONNE AMAZZONI SULLA LUNA

LA SOUFRIERE

 

  • SAFARI – Ulrich Seidl, 2016

Il tema di questo documentario è già stato anticipato in lavori precedenti (specialmente in “Im Keller”/In the Basements, che non venne distribuito in Italia) sul rapporto con gli animali domestici invece Seidl ha fatto un film che si è guadagnato l’ammirazione di Werner Herzog, “Animal Love”. Nella rappresentazione naturalistica di Seidl ecco stavolta protagonisti borghesi austriaci in Africa. E’ sempre molto complessa la relazione che Seidl intesse con i personaggi dei suoi “documentari” (che presuppongono una costruzione piuttosto teatrale e addirittura pittorica di spazi e persone) ma nel caso di “Safari” sembra più profonda che mai.

Anche stavolta il regista austriaco non sembra volere giudicare (lo farà comunque e con grande precisione il montaggio, come sempre) mentre prepara un ritratto feroce su natura ed esseri viventi: animali, uomini bianchi, uomini neri. Seidl rimane comunque sempre onesto con lo spettatore, anche quando decide di mostrare scene spiacevoli. “Safari” è un implicita dedica al Cinema e quindi alla Morte.

Alcune immagini ricorrenti costruiscono ossessivamente il film: piccoli gruppi di uomini e donne (accompagnati da personale indigeno) parlano sottovoce mentre osservano a distanza gli animali con i loro binocoli. Attraverso le inquadrature dell’operatore guardiamo loro (sempre da dietro o di profilo) che guardano l’animale che stanno per uccidere. Centrano sempre il bersaglio con un solo colpo preciso; dopo lo sparo, che resta sospeso nel silenzio della savana, il padre si complimenta ed abbraccia il figlio, lo stesso fa altrove il marito con la moglie, sembra che abbiano superato una prova importante. Mentre l’adrenalina evapora del tutto, toccano e accarezzano con affetto la zebra uccisa, sistemano neppure troppo pietosamente la sua testa per la più classica foto-ricordo (che ricorderà per loro quello che è successo) con il cacciatore fucile in mano dietro l’animale,  e lo sguardo assente in camera dell’animale.

Ognuno di questi cacciatori e cacciatrici è ben difeso nelle proprie convinzioni. Alcuni accennano alla legittimità di  una caccia regolamentata e controllata (opposta al lavoro quotidiano del mattatoio), del corso della natura, dell’aiuto finanziario che il safari porta alle nazioni in via di sviluppo. Sempre all’interno di eleganti salottini con sedie e trofei parlano con competenza di animali, calibri e fucili, quotazioni dei trofei impagliati e addirittura della funzione della morte nella società contemporanea.

Ogni scena della caccia è sterile e pateticamente prevedibile, si vince sempre come al luna park, considerando la distanza dalla quale guardano e sparano non è rimasto nulla del duello mitico uomo-animale. Ma in una delle scene madri del film accade qualcosa: la magnifica giraffa colpita a morte improvvisamente ha un sussulto e muove il collo, l’uomo non sa se sparare un secondo colpo, la moglie ha paura. L’animale finalmente muore, segue  il  rituale previsto: grottesche manifestazioni d’affetto sul corpo esanime e la foto ricordo. “Era una vera guerriera!” esclama chi ha sparato.   La giraffa viene sistemata su un automezzo, disarticolata come un giocattolo rotto e quindi trasferita in una specie di garage dove verrà scuoiata, con una certa dovizia di dettagli che non è tuttavia gratuita. All’inizio del lavoro sporco i clienti austriaci sono presenti sullo sfondo, poi non li vedremo più.

Nell’altra scena madre vediamo l’anziano cacciatore (decisamente più grezzo degli altri) appisolato dentro il capanno di osservazione; più tardi berrà una birra in lattina e rutterà, infine, ritratto accanto alla moglie, affermerà che in Africa si sono sempre trovati bene, quanto sia squisito il filetto di antilope e che i neri sono esattamente come i bianchi, eccettuata la pelle nera.

Seidl decide di fare risaltare in maniera sottile il dietro le quinte del suo documentario con una sequenza di ritratti in posa in stile fotografico: sono i neri, che beneficiano del costoso hobby dell’uomo bianco. Li vediamo immobili, sempre con sguardi inespressivi, con lo sfondo di animali impagliati appesi al muro, a volte consumano voracemente la carne dell’animale ucciso, altre volte ancora siamo dentro le loro case e loro sono ancora immobili. Alcune immagini mi sono restate in testa: il manto della giraffa mentre viene lavato, la testa della giraffa sul pavimento che sembra un enorme giocattolo. La chiusura del film è riservata allo stentato discorso filosofico del venditore di trofei su natura, animali, uomo, ecologia; siamo ancora in un salotto, con consorte annessa.

Non capiamo cosa cercano e cosa credono di trovare in un safari questi individui, nonostante cerchino e siano nelle condizioni di spiegarlo. In alcuni di loro l’amore per gli animali, coltivato da bambini con gli album delle figurine, si è trasformato in un’esperienza triste e decadente (probabilmente meno emozionante di un videogioco in 3D) che cerca di farli sentire vivi e lascia noi attoniti.

 

 

 

  • HARRY, HE’S HERE TO HELP – Dominik Moll, 1999

Con questo film Dominik Moll, inizia a mostrare un certo talento nel raccontare con la dovuta precisione psicologica la follia, che si propaga lentamente e legittimamente tra le persone, come un virus. La lezione sembrerebbe essere stata quella di Hitchcock e di Lynch.

Michel, un generoso e giovane genitore in viaggio con moglie e 3 bambine, si imbatte per caso in una stazione di servizio in Harry, ex compagno di classe del quale si ricorda a malapena. Non riuscirà più a toglierselo di dosso perché il premuroso Harry, che lo aveva mitizzato per via di alcuni racconti giovanili che cita a memoria, ha in mente per lui grandi piani tramite i quali potrà dare la svolta decisiva alla sua vita limitata ed insensata. Harry Inizia comprando loro una grande automobile nuova, poi uccide i genitori ed il fratello di lui e, in un abile crescendo cinematografico, gli propone di togliere di mezzo gli ultimi ostacoli ad una sua piena e definitiva realizzazione umana: la famiglia. Sull’orlo dell’abisso a Michel non resta che far fuori l’amico Harry (che muore al colmo dello stupore) con una coltellata nell’addome, occultandone poi il cadavere. I lucidi piani di Harry, riaccendono in Michel l’ispirazione per la scrittura, giusto quando lo spettatore iniziava a temere che potesse essersi manifestato un transfer tra i due. Nella sequenza finale Michel osserva fiero moglie e figlie addormentate nel lussuoso spazio della macchina nuova, regalata dal generoso Harry. Vietato ai minori di 15 anni. Chi guarda il film potrebbe domandarsi: “Sarebbe potuto capitare anche a me?”

 

  • MAMMUTH – Benoit Delépine e Gustave Kervern, 2010

Il sessantenne Serge (G.Depardieu) va finalmente in pensione, ma per recuperare tutti i contributi che gli spettano deve fare un viaggio, prepara quindi la sua gloriosa Mammuth che giace in garage. Il viaggio in motocicletta è soltanto una scusa per ritrovare alcuni lavori improbabili fatti in passato, Serge è sempre protetto dal suo amor perdu (così nei titoli, è Isabelle Adjany) che tanti anni prima morì per un incidente in sella alla medesima moto, che gli appare accanto ogni tanto.

Bel lontano dalla retorica di decine di viaggi alla ricerca di sé stessi, il regista di questo piccolo anarchico gioiello tra riprese in stile Cinema Veritè e cinema sperimentale anni ‘70/80 ci regala incontri “alla fine del mondo” con amici, parenti e sconosciuti, dialoghi surrealisti e soluzioni narrative esilaranti. Pierre è solo apparentemente uno stupido o un perdente, è invece un uomo che sceglie di perdersi (prima di tornare a casa dalla moglie), prendendosi nel frattempo tutte le rivincite sociali che può. La visionarietà di questo film, che sembra prendere forma mentre lo si guarda, lascia spesso stupefatti, proiettando nella mente dello spettatore una sola grande domanda, che riguarda il lavoro e lo sfruttamento delle migliori energie psicofisiche dell’essere umano.

 

  • UNA LUCERTOLA CON PELLE DI DONNA – Lucio Fulci, 1971

Film irrimediabilmente datato, gioca sulla figura ambigua della bella protagonista, eroina e carnefice, e un intreccio da detective fiction. Florinda Bolkan interpreta una donna che, a causa di allucinazioni da psicofarmaci, sogna un delitto che poi scopre essersi avverato. Gli indizi fanno pensare a una doppia personalità della protagonista, ma poi gli eventi del film sembrano cancellare questa pista. L’azione, in location molto ‘filmiche’, prende spesso il sopravvento nella scena, con qualche inseguimento che schiaccia l’occhio a Hitchcock e De

Palma, con chiari riferimenti anche ad Argento e Antonioni, ma chiaramente senza la lucidità e forza d’astrazione del ferrarese. Alcuni momenti di camera a mano sembrano anticipare Dogma, e le scene in salone, con i Bacon alle pareti eleganti e resi innocui come tagli di Fontana, indugiano spesso sul dipinto della maschera mortuaria di William Blake. Errori di montaggio piuttosto vistosi (la ragazza nuda uccisa in posa da vamp che chiude gli occhi al flash) possono far pensare tuttavia ad un approccio ironico e metafilmico.

 

 

Rettangolo nero: esempio 1


 

“A differenza di qualsiasi altra immagine visiva, una fotografia non è una riproduzione, un’imitazione o un’interpretazione del soggetto, ma una sua traccia (…) La percezione umana è tuttavia un processo selettivo molto più complesso di quello di una pellicola”.   John Berger – “Sul guardare” (About Looking, 1980)

 

Rettangolo nero: esempio 2

 

 

  • YOUNG ADAM – David McKenzie, 2003

La parte centrale del film inizia nel momento in cui Joe (Ewan Mc Gregor) si disfa della sua macchina per scrivere meccanica scagliandola in mare; poi immagini del corpo di una giovane donna in sottoveste recuperata e adagiata sul molo, la mano di Joe poggiata sulla pelle bagnata della schiena. “Young Adam” racconta la vita tormentata di Joe, che trova lavoro come marinaio in una chiatta che vaga lentamente  per i canali inglesi. Ben presto intreccerà una relazione clandestina con Ella (Tilda Swinton)  moglie di Les (Peter Mullan, anche lui ottimo attore scozzese) mentre pian piano affiorano sottoforma di flashbacks immagini della altrettanto tormentata storia d’amore con la giovane Cathy, che in seguito ad un’incidente finirà annegata nelle buie acque del porto. Il film in verità non riesce a ricostruire in maniera credibile la figura maledetta di Joe/Alexander Trocchi (“Il Libro di Caino” è un viaggio parecchio crudo attraverso droga e tossicodipendenza) ma ha il merito di mantenerci immersi in un’atmosfera sottoproletaria sottomessa e sconsolata, nella quale ogni personaggio non è interamente buono o cattivo nella sua ricerca della felicità (almeno temporanea): Il sesso è quasi sempre fedifrago e viene sempre consumato in maniera animalesca e senza eccessivi sensi di colpa.

Un innocente ritenuto responsabile della morte di Cathy verrà infine impiccato e Joe non riuscirà ad impedirlo. “Young Adam”, fiera produzione tutta scozzese, è insomma un film forse scolastico ma onesto ed ispirato, soprattutto per via delle notevoli qualità drammatiche dei 4 attori principali.

 

  • DOGVILLE – Lars Von Trier, 2003

Col passare degli anni abbiamo fatto esperienza del Cinema di Lars Von Trier come di uno strumento (quasi sempre piuttosto raffinato) per dare corpo alle proprie inquietudini, alle proprie tensioni morali e forse al sadismo col quale interpella ogni volta lo spettatore.

“Dogville” è un raffinato trattato di sociologia applicato ad una minuscola cittadina americana e ad i suoi abitanti. Con questo film Von Trier torna ad accanirsi contro l’America (vedi l’atroce galleria fotografica che accompagna i titoli di coda) grande Democrazia e patria dei più bui istinti consumistici e razzisti (come dalle recentissime cronache) già tre anni prima la trama di “Dancer in the Dark” culminava con l’esecuzione della pena capitale.

La piccola comunità di Dogville è asfittica, povera, buia materialmente quanto moralmente e senza speranza; è rappresentata come un grande laboratorio/set teatrale in cui ogni spazio è semplicemente delimitato sul terreno e sempre più crudelmente trasparente. Il caso (il destino) conduce la fuggitiva Grace a Dogville e la sua esistenza nella cittadina è contemporaneamente un dono ed una prova per la comunità stessa che lungo i nove atti si comporta diligentemente come una singola entità. Grace è soprattutto il rimosso di mariti, mogli e genitori che poco alla volta intravedono nella giovane donna una occasione per mettere in atto (in una successione di pensieri, parole ed opere, magistralmente scandita dal forbito e volutamente ridondante testo recitato dalla voce narrante) la pratica ipocrita del bene e soprattutto del male, esercitando il ricatto in ogni sua forma: sospetto, razzismo, compassione, sfruttamento, cattiveria e sadismo. Grace accetta e paga ogni termine del ricatto (dal proprio lavoro quotidiano presso ogni famiglia al soddisfacimento sessuale di tutti gli uomini) per farsi accettare e proteggere dalla comunità ma in realtà ogni ingiustizia che digerisce, quasi come fosse metafisicamente cibo, verrà inaspettatamente riconvertita in vendetta, morte e distruzione. Memorabili il dialogo col bambino Giason su punizione e senso di colpa, quello con Chuck il rozzo agricoltore che lei è costretta ad aiutare nella coltivazione delle mele e quello con lo spietato e complesso padre (un notevole James Caan) che viene col suo piccolo esercito di gangsters a riprenderla per riportarla a casa. Il film appartiene al periodo post-Dogma, tuttavia è girato in uno stile realistico più vicino al video che al Cinema per meglio esplorare, ancora una volta e pessimisticamente, il dramma umano.

 

 

  • AMORES PERROS – A.Inarritu, 2000

“Amores Perros” fu inevitabilmente paragonato a “Pulp Fiction” (uscito 6 anni prima) soprattutto per via degli intrecci incidentali di storie e della concezione non lineare del tempo, che al tempo era effettivamente una novità.

3 storie si intrecciano incidentalmente in una città dominata da caos e dalla violenza, resa magnificamente dall’effetto straordinariamente fisico di suoni ed immagini (consiglio di vederlo o rivederlo in versione lingua spagnola e sottotitoli). I protagonisti di “Amores perros” sono appunto i cani, cani impiegati in combattimenti clandestini (ma non troppo), cani amati (e spesso uniche certezze affettive) e relazioni sociali (familiari e non) complesse, quasi sempre disfunzionali, tirate pericolosamente fino alle loro estreme conseguenze, come sottili corde di acciaio.

Ognuno dei personaggi lotta per vivere o per sopravvivere: Inarritu (ed Arriaga, lo sceneggiatore) non indugiano in facili derive emotive, al contrario mostrano compassione per i personaggi pur mantenendo sempre sudore, carne, sangue al centro della visione . Il grande valore di questo film sta nel raccontare la disperazione che vede professionisti, proletari e sottoproletari, uniti nel desiderio di accedere finalmente ai loro rispettivi sogni, che alcuni di loro intravedranno soltanto.

 

 

  • FAVOLACCE – Fratelli D’Innocenzo, 2020

“Favolacce” è il tentativo, parzialmente riuscito, di raccontare gli effetti delle fratture sociali contemporanee all’interno della famiglia. L’espediente narrativo, che viene portato avanti con non troppa convinzione è quello del diario di una bambina, che viene completato da un adulto/voce narrante. In “Favolacce” bambini e adolescenti subiscono fino alle estreme conseguenze il narcisismo, i peggiori istinti indotti e la sostanziale inadeguatezza dei genitori.

Il limite sta soprattutto nelle intenzioni, nella volontà di volere raccontare una storia cinica che attraverso uno sguardo sociale/sociologico piuttosto piatto ed esteticamente manierista ci viene restituito con un prodotto inevitabilmente morboso ed artificiale, nonostante la performance realistica e spesso molto intensa degli attori e la ricerca di momenti astratti. Di certo il dialetto romanesco crea ulteriori difficoltà. Con le dovute differenze c’è chi ha fatto questo tipo di Cinema, mostrando più compassione ed autenticità, da Pietro Germi ad Ulrich Seidl…

 

  • BATTLE ROYALE – Kinji Fukasaku, 2000

Nella solita società distopica (il film venne però realizzato nel 2000, in tempi non sospetti)

Le autorità giapponesi, preoccupate per la vertiginosa crescita della criminalità giovanile, decidono di varare la Millennium Educational Reform Act, conosciuta anche come BR act. Si tratta dell’estrazione a sorte di un gruppo di studenti delle superiori che dovrà partecipare al Battle royale, un crudele gioco di sopravvivenza, nel quale i ragazzi avranno il compito di uccidersi a vicenda per difendere la propria incolumità al fine di essere eletti vincitori e poter tornare finalmente a casa. 

 Nonostante “Battle royale” sia costretto dalla sceneggiatura (dal romanzo di K.Takami, 1999) a dinamiche da videogioco, il film illustra in maniera interessante e non troppo semplicistica alcune scoperte della moderna psicologia di massa, come ad esempio l’esperimento della prigione di Stanford (1971). Il film risulta molto crudo e realistico ma concede qui e là qualche sprizzo di metafisica e di humour nero, affidati ad un trascinante Takeshi Kitano nei panni del Professore.

Il regista ha disegnato con una certa complessità i diversi modelli comportamentali degli alunni combattenti della 3B nel corso del massacro, riuscendo in qualche modo a bilanciare ritmo ed azione con la psicologia e rifuggendo da facili ambiguità, vi sono anche ricorrenti flashbacks della vita dei ragazzi. La grande maggioranza dei combattenti subisce inevitabilmente il cosiddetto effetto Lucifero ma sarà infine il bene a trionfare. Il Professor Kitano opera sul finale una scena enigmatica in cui pone volentieri fine alla sua vita familiare infelice. Il film ebbe un ottimo successo in Giappone (anche se fu oggetto di interrogazioni parlamentari e della condanna della Dieta Nazionale del Giappone) e venne censurato in vari paesi per l’eccessiva violenza. Il romanzo è stato adattato in una omonima serie manga ed al film seguirà “Battle Royale II: Requiem” firmato dal figlio del regista.

 

  • DER BUSENFREUNDE – Ulrich Seidl, 1997

L’opera di Ulrich Seidl è caratterizzata da uno stile asciutto della messa in scena, in cui tende a far apparire il materiale girato come documentaristico. Il fulcro della sua ricerca è infatti il  documentario con particolare attenzione alla cifra stilistica e il contenuto documentaristico dell’opera.

Ho deciso di utilizzare come premessa queste poche righe che ho trovato sulla pagina Wikipedia di Ulrich seidl.

“Der Busenfreunde” (l’amico del seno) film per la Televisione austriaca, il dvd è in lingua tedesca e non ha nemmeno l’opzione dei sottotitoli in inglese (soltanto in tedesco… come del resto alcuni film di Seidl pubblicati nella linea “Der Osterreichische Film – Der Standard” dedicati al cinema austriaco) e quindi la mia comprensione dell’opera è stata limitata, ma non so in effetti quanto.

Seidl drammatizza in forma documentaria le giornate del suo personaggio, un quarantenne professore di matematica che vive in casa con la madre anziana. Un’esistenza ordinaria? Difficile dare una risposta, l’uomo mette in scena comportamenti “normali” ed insieme disfunzionali, contraddistinti da una certa metodicità (accentuata dal montaggio stesso del film) e filmati perlopiù a camera fissa. L’individuo in questione è un raccoglitore seriale di quotidiani e riviste, che vediamo accumularsi in pile sempre più minacciose nelle stanze di casa, ogni mattina in classe attraverso la matematica concede ai suoi alunni curiose digressioni sulle donne (Senta Berger è protagonista di una surreale proiezione di diapositive in un’aula dedicata). Ogni tanto cerca svago e gli esterni prendono forma con potenza: lui nuota, poi seduto nudo su un grosso tronco, ruota solitario su una giostra per bambini…

Ma è nella routine quotidiana che il microcosmo del protagonista si fa complesso e scosceso: madre e figlio si incrociano appena negli interni soffocanti del quartiere popolare nel quale vivono, lei richiede delle attenzioni tenendo accesi tutti i fornelli della cucina, lasciando cadere di proposito a terra bicchieri di vetro ed alcune riviste impilate, mentre percorre il corridoio buio per rinchiudersi nella sua stanza. Verso la fine del film uno sconsolato monologo materno che il figlio subisce senza replicare, poi un dialogo teatralmente suddiviso in quadri.  Sui titoli di cosa finalmente la musica: la marcia dei sette nani. Una vita come tante eppure unica.

In questa indagine sociologica (“messa in scena documentaria” priva di giudizio?) sui cittadini austriaci Seidl andrà molto oltre sia in “Hundstage/Canicola” che in “Im Keller”, soprattutto.

Ecco 2 commenti di utenti austriaci o tedeschi rintracciati su Amazon, che la rozza traduzione meccanica in lingua italiana ha reso assurdi:

Un lavoro sensazionale. Questi monologhi hanno più verità di coloro che
desiderano opere filosofie di molti altri. Un complimento alla città di Vienna, che porta a un tale genio! Sarebbe impossibile nella «città cosmopolita» di Berlino.

 Non era il mio caso. Pensavo che il film si stesse abituando. Ma in qualche modo era troppo cinico e sarcastico per me.

 

  • SIGNORE E SIGNORI, Pietro Germi, 1965

Con questa commedia divertente e claustrofobica, che si presenta sia come una storia di corna che come studio ben più complesso e problematico di famiglia e società italiana, Germi mette in scena con maestria un laboratorio dei peggiori istinti borghesi, tanto più che le vicende che si intrecciano hanno come protagonisti lo stesso gruppo di amici, stimati (e cattolici) professionisti di Treviso. In “Signore e Signori” si ride amaramente: ogni virtù occulta automaticamente un peccato, la tendenza di ognuno è quella di desiderare e concupire le mogli (ma anche i mariti) altrui in una coazione a ripetere ipocrita inquietante mentre i personaggi femminili che appartengono ad una classe inferiore (come Milena la barista, interpretata da Virna Lisi e la fanciulla del terzo episodio) appaiono i più fragili e verranno distrutti socialmente. Il tono della commedia è controllato ma corrosivo, alleggerito da un motivetto musicale ripetitivo, dal dialetto veneto e probabilmente anche dal bianconero delle immagini.

Nell’episodio finale, una minorenne di campagna, di cui gli “amici” approfittano sessualmente in cambio di scarpe, vestiti e beni materiali rischia di mandare tutti in tribunale; ecco però attivarsi occulti sistemi di autoconservazione che ci sono familiari: i cittadini “di specchiata onestà” che hanno nel frattempo provveduto a far tacere il quotidiano locale e influenzare il tribunale non finiranno sotto processo e verranno pienamente riabilitati (il rozzo contadino sarà accontentato con alcuni milioni di lire per essere subito dopo accusato di calunnia in tribunale). Nella scena finale si ritrovano tutti assieme ai tavoli del bar all’aperto; alcuni sguardi e ammiccamenti si incrociano, con la promessa che tutto continuerà, esattamente come prima, con l’obiettivo della conservazione della specie, nel bene e nel male. La battuta che resta in mente è quella del medico appena colto in flagrante adulterio la moglie con un amico (che si era finto impotente), esclama: “E che non si sappia in giro!” .

 

  • L’ULTIMO TRENO DELLA NOTTE, Aldo Lado, 1975

Film italiano del 1975, si inserisce nel filone dei rape and revenge movies ed è considerato uno dei più crudi e violenti film mai realizzati in Italia; ebbe problemi con la censura in tutto il mondo, nel regno unito fu incluso nella lista dei  “video nasty”e addirittura bandito. Morando Morandini sul suo dizionario assegna al film una stella, scrivendo: “Il film è un drammatico sovraccarico di efferatezze varie, senza alcun rispetto per la logica e la verosimiglianza…”.

Siamo d’accordo, “L’ultimo treno della notte” non verrà ricordato per le sue qualità cinematografiche, tuttavia ha il merito di riuscire a rievocare le atmosfere cupe e contraddittorie degli anni 70.  Il regista sceglie di farlo spiando l’umanità ambigua riunita negli scompartimenti (nostalgici nazisti, uomini di chiesa e vari altri generi) poi attraverso una ingenua discussione tra Enrico Maria Salerno –il genitore vendicatore- ed i suoi commensali nel corso della cena di natale. Vero fulcro narrativo del film è l’enigmatica Macha Maril, che in seguito ad un rapporto sessuale consumato con Flavio Bucci nel gabinetto del treno inizia a liberare una carica sessuale sempre più nera e distruttiva, diventando un canale energetico tra la violenza dei due balordi ed i loro disgraziati bersagli, fino alla scena del giudizio finale, in cui guarda dritto in camera.

 

 

  • NIENTE DA NASCONDERE, Michael Haneke, 2005

In “Niente da nascondere” Michael Haneke adotta solo in apparenza la formula del thriller psicologico, che viene continuamente solleticata e disattesa, fino a rarefarsi in una dimensione narrativa metafisica. Anche qui, come in “Benny’s Video” c’è una famiglia-società, anche qui etica ed estetica coincidono dolorosamente: la ripresa video si inserisce mimeticamente nella narrazione proponendo registrazioni e riproduzioni della cosiddetta “realtà” che costringono ancora una volta chi guarda il film a prenderne parte in qualche modo.

La casa e la vita di Georges, vengono guardate, filmate e restituite sotto forma di videocassette vhs da qualcuno che non si rivelerà e per motivi che rimangono insoluti, un espediente che porta il borghese Georges (personaggio televisivo di successo) a sviluppare un comportamento sufficientemente corretto ma sempre più inumano e disfatto, sia dentro che fuori casa, come se la famiglia stessa riproducesse al suo interno le disfunzioni sociali che intravvediamo sullo schermo televisivo (come accade anche in “Benny’s Video”).

In “niente da nascondere” il nemico non si vede mai proprio perché è interno, il presente ed il passato di fatto si contaminano, il senso di colpa di Georges coincide col senso di colpa della Francia nei confronti dell’Algeria, patria di uno dei personaggi che, consumato dai sospetti di Georges, si suicida davanti a lui.

Il contratto fizionale viene gestito da Haneke con una responsabilità estrema, l’economia narrativa sembra spietata (riprese a camera fissa, la dilatazione di momenti in cui non succede nulla di apparente, assenza di musiche) ma rivela invece compassione ed un grande rispetto per lo spettatore, che ha tempo e spazio per entrare dentro il film, per avvicinarsi ad ogni personaggio e non subire inutilmente un ennesimo Spettacolo.

 

  • BENNY’S VIDEO, Michael Haneke, 1992

Siamo in campagna, vediamo un maiale ucciso da alcuni contadini sotto lo sguardo di alcuni cittadini, lo vediamo agonizzare mentre perde sangue e cadono fiocchi di neve.                    E’ un video girato da Benny, un qualsiasi adolescente austriaco che Haneke raffigura come mediamente problematico nella sua quotidianità e con l’unico linguaggio cinematografico necessario.

“Benny’s Video” è stato realizzato in un’era pre-Internet e trovo sia in grado soprattutto oggi di porre delle domande estremamente penetranti, sulla famiglia, sui giovani, sulla libertà, sulla normalità e sulla cosiddetta “Realtà”, con la benedizione non tanto di Orwell ma di Aldolf Huxley.

A Benny piace guardare film horror e soprattutto usare la telecamera/guardare le registrazioni sullo schermo tv nella sua stanza di giovane medioborghese (filmare e rivedere sono procedimenti disperatamente complementari). La sua telecamera amatoriale non sembra essere un mezzo tecnico del tutto neutro: ricordiamo bene che ha filmato l’uccisione del maiale. I genitori gli lasciano casa libera per il weekend, con il frigo ben fornito di cibo, Benny invita quindi una coetanea e dopo qualche ora trascorsa assieme tra noia ed imbarazzo le mostra il film del maiale ucciso. “Era solo un maiale” risponde alla ragazzina che gli chiede “Perché”.

Benny uccide la ragazzina con la stessa pistola rudimentale che abbiamo visto usare nel suo video, non sembra un incidente e sono necessarie altre 2 cartucce per farla morire.             Lo fa senza un motivo (comportandosi in fondo come i 2 protagonisti di “Funny Games”) quindi nasconde il corpo dentro un armadio e lo vediamo controllare e riprodurre la sua abituale, ordinaria “normalità mangiando uno yogurth, uscendo di casa, vedendosi con un ‘amico. Un unico segno rappresenta finalmente il punto di non ritorno: la decisione di rasarsi i capelli a zero, che ha probabilmente la funzione di rivolgersi a mamma e papà, ai quali sempre attraverso una “normalità” esibita mostra sullo schermo che cosa è successo a casa. Lo spettatore a questo punto è in grado di osservare i riverberi di quello che è successo negli sguardi attoniti dei genitori, forse simili a chi ha mai visto uno snuff movie, dove tutto sembra vero. La famiglia a questo punto attua un percorso di rimozione per conservare la propria struttura: Madre e figlio vanno in Egitto per una breve vacanza, giusto il tempo perché il capofamiglia possa disfarsi del cadavere, ancora nascosto dentro l’armadio. “Perché?” gli chiede il padre. “Non lo so. Volevo sapere com’era” risponde Benny.

In “Benny’s Video” ogni decisione stilistica è implicitamente politica: audio fuoricampo, registrazioni video che si innestano nella narrazione, sequenze a camera fissa che lo spettatore si ritrova a “maturare” emotivamente, niente musiche ma audio di canali Tv generalisti (il conflitto nella ex-Jugoslavia, notizie degli attacchi a centri di accoglienza da parte di neonazisti tedeschi etc…) che a loro volta irrompono dentro la realtà lineare del film. La stessa sequenza finale, in cui Benny si presenta al commissariato di Polizia, viene spiata attraverso una telecamera di sorveglianza. Nulla è più autentico della rappresentazione, insomma. La morte registrata, riprodotta e controllata mediante la funzione rewind sarà sempre più normale, era appena il 1992.

 

Haneke è forse il regista che ha saputo mostrare con maggior programmatico rigore gli effetti del bombardamento d’immagini sulla psiche e sul comportamento umano.

In Benny’s video (1992), ambientato a Vienna, il protagonista è un adolescente di buona famiglia che svolge una vita apparentemente normale, simile a quella di molti suoi coetanei.  In realtà i contatti che Benny stabilisce col mondo esterno sono sempre filtrati da un videoschermo. I genitori gli hanno regalato un’apparecchiatura che consente di riprendere quello che accade fuori dalla finestra della sua stanza e, quando non è impegnato in quest’attività voyeuristica, Benny trascorre gran parte della giornata davanti al televisore a fissare con sguardo inespressivo gli horror più cruenti. Quando invita nella sua cameretta una ragazzina conosciuta in un videonoleggio, non esita a mostrarle lo sconvolgente video che egli stesso ha girato, l’uccisione di un maiale con un colpo di pistola da parte di alcuni contadini. «Fico!», esclama lei. Da lì all’omicidio della ragazza il passo è breve. «In tv ho visto i trucchi che usano per gli effetti speciali. È solo ketchup e plastica!», osserva Benny.

Soffermiamo adesso l’attenzione sulla scena del delitto. Benny uccide la ragazzina, ma le cose sarebbero potute andare in maniera opposta: la vittima sembra talmente assuefatta alla violenza delle immagini che sarebbe potuta essere lei stessa a premere il grilletto. Dopo aver trascinato il corpo inerte per la stanza, Benny asciuga il sangue sul pavimento con un lenzuolo. Quando lo riappende al suo posto, dopo averlo lavato, esso non reca più alcuna traccia: è come uno schermo televisivo sul quale scorrono gli orrori più inenarrabili senza lasciare impronta.

Le immagini, nell’era della Comunicazione, scorrono in un flusso costante, amorfo e volatile, ma la loro eredità psichica ed emotiva è persistente ed esiziale.

 

 

  • UP! – Russ Meyer, 1976

Credo sia il film più riuscito di Russ Meyer, dove lo scarto tra il caratteristico linguaggio dei corpi e le metafore visionarie lascia più spazio, la forte sensazione di non avere afferrato appieno l’essenza del racconto, apparentemente dominato da dinamiche di sesso, violenza e morte. In “Up!” le avventure di Margot Winchester, agente sotto copertura, si intrecciano con le figure enigmatiche di Schwartz e di sua figlia Alice Braun, qui catapultati dal Terzo Reich (non dimentichiamo che una delle presenze ossessive nei film di Meyer è non a caso Martin Bormann) mentre una delle Vixen di Russ Meyer presenta ripetutamente tutti i personaggi, quali elementi di una tragedia annunciata, allo scopo di rendere parossistico il ritmo del film. L’impianto narrativo risulta subito straniante e gioca in maniera astuta con le aspettative dello spettatore, senza soddisfarle interamente. Le donne, pur se fatalmente lussuriose ed infedeli, sono infine i personaggi positivi, a discapito di uomini meschini e violenti, prevedibili prodotti di una Società Yankee decisamente arretrata e conservatrice.

  • WHERE TO INVADE NEXT – Michael Moore , 2015

Originale e apprezzabile l’idea di opporre all’ossessione americana per la guerra l’“invasione” pacifica di altri paesi, allo scopo di ricavarne idee e pratiche sociali e politiche da importare in patria per migliorare la qualità di vita degli americani.

Purtroppo per Moore la sua visione dei paesi che “invade” è sempre infantilmente stereotipata, univoca e faziosa. Mai problematica. La parte sull’Italia è imbarazzante. Il nostro paese viene dipinto come il paradiso degli imprenditori illuminati e dei lavoratori felici, che non conoscono lo stress perché godono tutti della tredicesima e di otto settimane di ferie pagate all’anno, che ci consentono di fare sesso, di mangiar bene e di vivere sereni. L’incursione italiana, a occhio e croce, sembra la peggiore del film, che ha comunque il merito di far conoscere allo spettatore aspetti di altri paesi che magari non sospettava. Tuttavia, se questa è la sua visione dell’Italia, è lecito dubitare che magari le mense scolastiche francesi non abbiano proprio tutte un menù da gourmet, che il celebratissimo sistema scolastico finlandese abbia comunque una sua darkside, che se l’Islanda si sia ripresa rapidamente dalla crisi del 2008 il merito non sia solo da attribuire all’ampia rappresentanza femminile all’interno delle istituzioni, che la condizione delle donne in Tunisia non sia proprio così rose e fiori dopo la nuova Costituzione del 2014, e così via. Un vero documentarista dovrebbe stimolare la coscienza critica dello spettatore, non imporre una tesi preconfezionata (anche se “giusta”), utilizzando il linguaggio cinematografico in maniera anche molto manipolatrice ed eticamente scorretta a scopo retorico, com’è consuetudine per Moore.

C’è anche del buono, tuttavia. L’“invasione” di Norimberga, ad esempio, ispira un appello agli americani affinché, come i tedeschi col nazismo, riconoscano i peccati originali che stanno alla base della “nascita di una nazione”, dal genocidio dei pellerossa, allo schiavismo, alla discriminazione razziale. Bello anche l’episodio berlinese, col ricordo autobiografico dell’abbattimento del muro, al quale lo stesso Moore prese parte e che da allora rappresenta l’evento spartiacque della sua vita, quello da cui continua a trarre, anche nelle congiunture storiche più disperate, l’ottimismo e la fiducia nel cambiamento.

 

 

  • TEMPORADA DE PATOS – Fernando Eimbcke , 2004
  • L’esordio di Eimbcke inaugura lo stile minimale dei lavori successivi: piani fissi, pochi personaggi, unità di luogo, sviluppo narrativo all’osso, apparente leggerezza. In questo primo film, girato in un bianco e nero opaco e scarsamente contrastato, ci troviamo in un casermone alla periferia di Città del Messico.La connotazione spaziale è ben definita già nell’incipit che omaggia un procedimento stilistico tipico di Ozu (ringraziato nei titoli di coda insieme a Jarmusch): alcune inquadrature fisse della durata di pochi secondi contestualizzano in maniera precisa e al tempo stesso allusiva la vicenda: squallidi caseggiati inquadrati di sottinsù sullo sfondo di un cielo grigio ferito dai cavi della luce, una bicicletta incatenata a un palo priva della ruota posteriore, un campetto da basket vandalizzato, le linee aeree di contatto della ferrovia, un grigio sottopassaggio, bambini che giocano sull’altalena in un’area verde sporca e a pochi metri dal traffico stradale, il condominio “Niños heroes”.È in un appartamento di questo edificio che avviene l’incontro tra quattro outsiders: due amichetti in età puberale contenti di godersi la domenica in assenza della madre di uno dei due tra sfide alla playstation, cocacola e pizza; l’invadente vicina, di poco maggiore, che si ostina a volersi servire del forno per preparare una torta e festeggiare il compleanno; un etologo sfigato, riciclatosi come fattorino di pizzeria, che occupa a oltranza l’appartamento, deciso a riscuotere la somma che gli spetta per la consegna e che gli viene negata.Quattro personaggi ben assortiti che s’incontrano in uno spazio chiuso per una serie di circostanze fortuite e che, tra alti e bassi, trovano comprensione reciproca nella condivisione delle proprie solitudini. Eimbcke, evitando accuratamente di scadere nel consolatorio, si destreggia con abilità sorprendente tra commedia, umorismo, malinconia, coming of age, dramma familiare ed esistenziale. Il perfetto amalgama tra i diversi registri fa levitare l’operina dall’aneddotico all’universale, suggerendo allo spettatore l’importanza della solidarietà tra marginali, un amaro senso di sconfitta e una voglia di fuga forse destinata a essere frustrata: la “stagione delle anatre” del titolo allude proprio alla migrazione di massa dei simpatici pennuti che va in porto grazie al ruolo occupato da ciascun esemplare nello schieramento di volo. Come Eduardo Galeano e Juan Diaz Bordenave, Eimbcke continua ad aver fiducia che, nonostante il modello di produzione neoliberista, “le anatre non saranno mai sconfitte”.

  • SUICIDE CLUB – Sion Sono, 2001 

Prima parte della trilogia di Sion Sono sull’alienazione, Suicide club è un thriller sociologico che esula dagli stilemi del genere, preferendo praticare l’autopsia dell’inconscio collettivo di una nazione, rivelando le ideologie, le ossessioni e le ambiguità più radicate e irrisolte dello spirito giapponese.

Il film ha un ritmo narrativo piuttosto tradizionale, sostanzialmente privo delle accelerazioni e delle concitazioni tipiche di certo cinema orientale, ma senza lesinare in kitsch, gore e succo di pomodoro, che nelle scene dei suicidi letteralmente esplode e dilaga nel campo visivo.

Memorabile la sequenza d’apertura, col suicidio collettivo di 54 ragazze liceali, “condannate a morte dalla nascita”, che si gettano allegramente sotto la metro tenendosi per mano. È il primo atto di un’epidemia di suicidi che sconvolge il paese. L’orrore si scoprirà eterodiretto dai componenti di una teenager-band, per mezzo del web e di pop songs orecchiabili e apparentemente innocue, il cui obiettivo è colpire al cuore l’irreggimentazione sociale, stigmatizzando il mito giapponese del collettivismo, qui rappresentato simbolicamente nella sua sclerotizzazione mortifera attraverso i ritrovamenti di bobine di rettangoli di pelle umana cuciti assieme.

Sono racconta la deriva delle nuove generazioni – ma il film si colloca ancora agli albori dell’era digitale –, spossessate della facoltà di scegliersi il futuro e spronate ad essere sempre più uguali-tra-gli-uguali. In una società che divora i propri figli, dove l’individuo viene sacrificato e stritolato tra l’ossessione della fama e quella del conformismo, la pulsione di morte sembra quasi l’unico atto libero, non predeterminato. Scegliere la morte è, in un certo senso, scegliere la vita. Nel finale il nichilista Sono sembra riservare tuttavia alla giovane protagonista, l’unica ad essere “connessa-con-se-stessa”, una possibilità nell’autodeterminazione del proprio destino.

 

  • CLUB SANDWICH – Fernando Eimbke, 2013

Messico. Ambiente borghese. Madre single ancora in forma e figlio quindicenne trascorrono alcuni giorni di relax in un hotel con piscina, fuori stagione. Oltre a loro, unici ospiti della struttura, un insolito nucleo familiare composto da un padre molto anziano e bisognoso di cure, una madre di ghiaccio e una figlia adolescente, non proprio graziosa ma sicura di ciò che vuole: sedurre il coetaneo, dapprima paralizzato dalla timidezza, poi sempre più eccitato e disposto al “tradimento” della madre.

Non c’è altro nel film, occupato dagli ambigui rituali del complesso edipico che lega madre e figlio: il bagno e gli scherzi in piscina, la crema antisolare spalmata da lui sulla schiena di lei, i punti neri schiacciati da lei sulla schiena di lui, lo scambio dei pasti, la condivisione di confessioni intime e perfino del letto.

La regia minimale – la vicenda si svolge quasi per intero in unità di spazio e con un numero limitato di personaggi e situazioni – rende una traccia narrativa così essenziale paradigmatica della mutazione dei rapporti tra madri e figli all’epoca del tramonto della famiglia tradizionale. Eimbcke racconta con leggerezza e ironia ciò che gli psicanalisti più avveduti chiamano “plusmaterno”, quella deformazione invasiva e iper-protettiva del sentimento materno che, per compensare frustrazioni, insicurezze e fallimenti, finisce per fagocitare i propri figli, procrastinando all’infinito il momento della separazione e impedendo la crescita. Eimbcke però “tifa” per l’emancipazione e chiude beffardamente il film con il metaforico bacio d’addio alla madre appisolata e il ragazzotto che si chiude alle spalle la porta della camera d’hotel.

 

  • MALANOCHE – Gus Van Sant, 1985

Il film d’esordio di Gus Van Van Sant fu senza dubbio un miracolo di economia e di potenza espressiva (elementi mai così interdipendenti) e raramente mi è capitato di assistere ad un film tanto “necessario”. “Mala Noche”, tratto dall’omonimo racconto biografico in forma di diario di Walt Curtis, mi ha dato la sensazione di scoprire e seguire trama e personaggi come scaturissero dalla lettura di un libro. Troupe ridotta a 3 persone, bianco/nero ed un’estetica visiva sperimentale, a tratti raffinatissimo e fisico Cinema Veritè, per una storia scabrosa e disperata di amori omosessuali ambientati nella zona vecchia di Portland (Oregon).

Nell’intervista contenuta nel dvd RaroVideo Van Sant accenna di avere inconsapevolmente ricalcato le 10 regole “Dogma” di Von Trier e compagni in un’idea che ricorda senz’altro Pasolini e Warhol ma anche le atmosfere estreme di “Queer” (bellissimo romanzo di William Burroughs). Lui stesso sottolinea come John Campbel (operatore solitamente impegnato in progetti documentaristici) fosse l’uomo giusto appunto perché abituato a catturare situazioni rapide in bilico tra luce, ombra, caos e ordine. Un racconto totale molto stimolante per lo sguardo dello spettatore, in cui camera-montaggio e sound design sembrano contaminarsi continuamente, del resto i 3 attori non professionisti/personaggi sono stati in grado di vivere in uno stato di continua improvvisazione. Ma non diremmo mai che tutto questo è basato su un rigoroso storyboard con 500 disegni…

 

 

  • NOI E L’AMORE COMPORTAMENTO SESSUALE VARIANTE –  Antonio D’Agostino, 1986

 Charles Kilgore definì i “Mondo Movies” figli illegittimi del peep show e del Cinema d’antropologia. Questo film di Antonio D’Agostino trova una sua parentela con questi “documentari di finzione” che avevano più che altro bene interiorizzato le intuizioni e le applicazioni del Cinema di Propaganda.

In seguito i film Mondo, tenendo sicuramente conto del pubblico ormai saturo di narrazione (pseudo) documentaria, lasciarono posto alla fiction dei cosìddetti “Cannibal Movies”. Il tentativo di D’Agostino è pietoso dal punto di vista concettuale ma sociologicamente rilevante, il mondo delle Letteratura Scientifica precipita nel Cinema con esiti disturbanti. In questo film-saggio le anomalìe sessuali vengono illustrate con gustose e peccaminose scenette erotiche che riproducono il punto di vista dello spettatore, che sembra spiarle e sbirciarle egli stesso mentre un improbabile studioso, sempre concentrato ed impassibile, cita la scrittura di Von Masoch, De Sade e Krafft-Ebbing.

 

 

  • LILITH – LA DEA DELL’AMORE – Robert Rossen, 1964

 Ultimo film di Robert Rossen, regista e sceneggiatore (autore del più conosciuto “Lo spaccone” con Paul Newman). Il film è incentrato sui personaggi di Vincent (Warren Beatty) un ex militare alla ricerca di sé stesso che trova lavoro in un Istituto psichiatrico e soprattutto di Lilith (impersonata da Jean Seberg, che sarebbe morta suicida 12 anni dopo) giovane paziente che gli viene affidata. Già dall’inizio del film il mondo luccicante di Lilith, visionaria e ninfomane, ha l’effetto di contaminare sempre più sia il personaggio maschile che la trama stessa del film, proprio mentre lo guardiamo e la scelta del bianconero ha il potere di concentrare la potenza di questo transfer. E’ un film molto ispirato ed aperto, imprevedibile fino alla fine; interessante come le fantasie di Lilith, sconnesse e lucide al tempo stesso, sembrano implodere nella visione. Se la cosiddetta “realtà” è veramente uno stato mentale, questo film (al di là di alcuni passaggi narrativi improbabili) può dare un contributo importante a questa tesi, cinematograficamente molto intrigante.

 

  • SCEMI DI GUERRA – LA FOLLIA NELLE TRINCEE – Enrico Verra, 2008 (Vivo Film/Provincia Autonoma di Trento)

La Grande Guerra ha sempre soddisfatto una grande dimensione immaginaria con film di finzione e documentari tv, molto spesso uniformi e poco interessanti, questo documentario della durata di 50 minuti è un contributo decisamente innovativo e necessario, non soltanto per il pensiero anti-militarista. “Scemi di guerra” è concentrato principalmente sul dramma degli effetti collaterali (lo shock da combattimento nasce con la guerra meccanizzata). Il doc tra l’altro sembra richiamare anche un rimosso contemporaneo: i soldati americani feriti in Afghanistan ed Iraq e poi abbandonati dal Governo in sacche invisibili di solitudine e disagio.

Lungo i filmati di repertorio e le interviste ad alcuni studiosi viene fuori un racconto toccante, preciso (mai oleografico) e lucidamente strutturato su aspetti mai o raramente sondati (dalla funzione delle lettere a famiglie e mogli come prospettiva di rifiuto dell’omologazione militare all’analisi sociologica di una generazione di contadini trasportati all’improvviso in un mondo meccanizzato). Diverse le tesi che si intrecciano tra loro con estrema cura, sempre affrontate in maniera anti accademica: Le dinamiche e gli effetti della perdita di sé, il disagio mentale come prospettiva di resistenza, l’assoluta inumanità ed inadeguatezza dell’Istituzione militare, Scienza Medicina nei confronti di giovani annientati, “curati” con l’elettroshock e poi “dimenticati relitti della Storia”. Notevole il tema musicale di Giuseppe Napoli (cui viene dedicato il documentario) contrappunto emotivo di tutta l’opera. Elenco i nomi dei capitoli: Soldato di Mauzan/Fiume di carta/Nelle trincee/Muro di silenzio/Fabbrica di morte/Guerra chimica/Scienza psichiatrica/Chiusi nei manicomi. Quel che rimane è un profondo segno di indignazione nei confronti di quell’idea oscena (ed inutilmente costosa da ogni punto di vista) chiamata Guerra. Sì, in quanto documentario funziona.

 

 

  • FUOCOAMMARE – Salvatore Rosi, 2016

Quest’opera rappresenta la mutazione genetica del Cinema del reale che aspira ad arrivare al grande pubblico per diventare finalmente “Film” e “Cinema” (attraverso la benedizione televisiva). Probabilmente furono sintomatici i tentativi riformisti di Michael Moore all’interno della produzione cinematografica mainstream americana, che sembra in grado di digerire facilmente ogni apparente dissenso e di appropriarsene. Ogni singola inquadratura di Fuocammare ma anche ogni personaggio di questa storia-non storia -sempre esteticamente oppressiva- rivelano un desiderio troppo a lungo represso di “Cinema” e rivendicano una orgogliosa distanza dal famigerato (e deprimente per sua stessa definizione) genere “docu-fiction”.                        Se è vero che un film di finzione come “Salvatore Giuliano” rappresenti un valido contributo all’immaginario Mafia (potremmo citare anche “La vita è bella” rispetto a “Notte e nebbia” ed a tutto l’invisibile della Shoah, decisamente troppo impegnativo per lo spettatore comune) non è affatto esagerato affermare che la Sicilia ed i siciliani siano tuttora rappresentati in maniera più sincera e fedele dai film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Per affrontare immagini e storie di migranti e sbarchi lontani da ogni ricatto morale consiglio piuttosto alcuni documentari “indipendenti” come ad esempio “U stissu sangu – Storie più Sud di Tunisi” di Francesco di Martino, realizzato in tempi non sospetti.

 

  • CHIAMAMI COL TUO NOME –  Luca Guadagnino, 2017

Questo film appartiene alla cosiddetta “Trilogia del desiderio” di Luca Guadagnino ed ha forse avuto il merito di mandare al Cinema qualcuna delle nostre madri o le nostre zie a vedere per la prima volta un film sui ricchioni. Perfino “I misteri di Brokeback Mountain” è stato un poco più utile alla causa omosessuale ed è bene ricordare che ad ogni polpettone corrispondono decine di pellicole lgbt misconosciute, a volte disperate ed importanti che nascono per ragioni e finalità ben diverse. “Chiamami col tuo nome”, già segnato dalla sceneggiatura di James Ivory, è un film delicato ed educato, ambientato in un sontuoso microcosmo altoborghese fiorentino; il film soddisfa principalmente le problematiche estetiche di Luca Guadagnino, qui magnificamente coniugate col desiderio di commuovere il pubblico eterosessuale, che difficilmente reggerebbe la visione di un film militante o impegnato. Il film riesce però (ne ho avuto prova) a raggirare parte del pubblico omosessuale. Per rifarsi il gusto suggerisco per esempio “Women in Revolt” (Paul Morissey, 1971) e “Mala Noche” (Gus Van Sant, 1985).

 

  • L’UOMO CHE FUGGI’ DAL FUTURO – George Lucas, 1971

In un momento in cui appare chiaro come il controllo dei dati personali precede di poco il controllo dei corpi, una seconda visione di questo film di fantascienza è quanto mai illuminante. “L’uomo che fuggì dal futuro” (1971) addirittura ridicolizza l’immaginario dell’ultima produzione di “Fantascienza distopica”. George Lucas descrive con grande potenza e lucidità una società/fabbrica/città stato sotterranea estremamente claustrofobica, incentrata sul dominio produttivo ed intimo di uomini e donne, ognuno rasato e vestiti con divisa bianca. Tuttavia, ed è questo l’elemento veramente interessante del film, tale controllo capillare di corpi, produzione, sessualità e pensieri è veramente tale soltanto se interiorizzato da ogni componente di questa comunità (soprattutto attraverso l’uso di droghe istituzionali e la presenza amichevole di un’entità elettronica astratta, vagamente somigliante al Cristo).

Disfunzioni ed incidenti appaiono tuttavia come inevitabili effetti collaterali del grado di Controllo. Particolarmente inquietanti l’ambiguo personaggio interpretato da Donald Pleasance , il linguaggio dei poliziotti-automi, addetti alla repressione delle anomalie: (“Andrà tutto bene/Non ti faremo del male/Siamo qui per aiutarti/Non hai un altro posto dove andare”) ed i testi  dei messaggi in filodiffusione che mescolano pubblicità di beni da acquistare ad inviti alla felicità.

Il nostro THX 1138 si ribella all’assunzione della droga di Stato, riscopre impulsi sessuali nei confronti della compagna LUH 3417 (che verrà presto distrutta), un normale e comprensibile malessere psico-fisico e lo spirito della rivolta. THX 1138 non ha particolari difficoltà ad allontanarsi verso la periferia e quindi evadere dal bianco accecante che pervade ogni immagine del film. Ad attenderlo, un mondo esterno non meglio identificato che si presenta con un grande globo arancione.

A questo punto sembra abbia un senso questa citazione di A.M. Johnson:

Il bambino si trovava di fronte al dilemma se credere al genitore o ai propri sensi. Se credeva ai propri sensi manteneva una salda presa sulla Realtà. Se credeva al genitore manteneva la relazione di cui aveva bisogno, ma distorceva la propria percezione della Realtà. (da “Studies in Schiziophrenia at the Mayo Clinic”, 1956).

Infine, “Il Dormiglione” (1974) con i poliziotti-automi vestiti in maniera praticamente uguale, sembra proprio una parodia di questo film, Woody Allen introduce inoltre una citazione dell’Orgone Accumulator di Wilhelm Reich, teorico delle prospettive politiche della Rivoluzione Sessuale.

 

  • AGUIRRE – Werner Herzog, 1972

Rivedere oggi “Aguirre” conferma la grande potenza emotiva del film e la linea sottile che (non) separa la produzione “fiction” del regista da quella cinematografica.

La sceneggiatura evidenzia in maniera abbastanza chiara il carattere cinico e spregiudicato delle guerre spagnole di conquista (religiosa) in America Latina, c’è forse un’allusione al grande progetto americano di esportazione della democrazia. Le condizioni di ripresa del film (senza dubbio rischiose ed imprevedibili, come ammesso da Herzog stesso) hanno richiesto e necessariamente generato un linguaggio molto fisico, “documentaristico” ma sempre molto nitido ed impeccabile. Herzog rivela nell’intervista (extra contenuto nel dvd originale) di essere stato spesso in quegli anni contestato per i rischi cui aveva sottoposto gli attori/portatori indigeni nel corso delle riprese di questo film e in “Fitzcarraldo” (dove sarebbero morti numerosi indigeni). La dimensione metafisica di “Aguirre”, con lo scorrere delle scene, propone sempre più scene estatiche, e dense di riferimenti pittorici, nelle quali il nemico è sempre invisibile e Kinsky scivola gradualmente nella follìa. I rapporti problematici dell’attore con gli indigeni e col regista stesso vengono chiariti molto bene, e con affetto, in alcuni passaggi di “Kinsky: Il mio nemico più caro” .

  • REQUIEM FOR A DREAM – Darren Aronofsky, 2000

Il Cinema di Aronofsky nasce da ossessioni estetiche/formali attraverso le quali il regista ibrida il linguaggio videoartistico con quello cinematografico, con invenzioni talvolta interessanti, altre volte sterili benchè “innovative”. Film successivi (come “Il Cigno nero”) lo hanno prevedibilmente consacrato come autore mainstream. Da premesse del genere Aronofsky ha sempre immaginato una sua complessità, con sceneggiature drammatiche e personaggi tormentati.  “Requiem for a dream” non verrà ricordato come capolavoro ma riesce, con uno stile scolastico a rappresentare la discesa negli inferi di 4 personaggi. Retto dalla sceneggiatura (scritta assieme ad Hubert Selby jr, autore del libro da cui è tratto) e da un a buona resa drammaturgica degli attori, è in ogni caso il suo film migliore.

 

  • “DONNE AMAZZONI SULLA LUNA” – Peter Horton, Hohn Landis, Robert K.Weiss, Joe Dante, Carl Gottlieb, 1988

Film ad episodi. Indubbiamente leggero e demenziale ma interessante nell’ideare un dispositivo nel quale diversi sketches potessero comunicare tra di loro, lasciando parte del compito allo spettatore, che di tanto in tanto non sa bene come reagire. I Monty Python furono certamente più motivati, questo film avrà rappresentato per John Landis ed amici una stanza dei giochi in riferimento alle rispettive carriere cinematografiche. Segue uno dei commenti più generosi che ho trovato su internet.

coordinato da John Landis ma diretto da altri quattro registi fra i quali Joe Dante, questo film, del 1986, aspira ad essere un’intelligente satira della televisione e delle sue aberrazioni, ma in realtà è soltanto un caos di disordinati spezzoni, che risultano spesso indisponenti. Infatti qualche rara battuta efficace e qualche trovatina non possono sostenere un lavoro inconsistente, che cade spesso nel cattivo gusto, e comprende sketch pesantemente volgari ed altri di demenziale scempiaggine.

  • “LA SOUFRIERE” – Werner Herzog, 1977

“In attesa di una catastrofe inevitabile” è forse tra i primi documentari a chiarire l’approccio del maestro tedesco al Cinema e come in definitiva il suo pensiero visivo riveli una continuità proverbiale tra “documentario” e “finzione”. Autoritario quanto umano e delicato, Herzog mette sempre sul tavolo un pensiero complesso e fortemente problematico circa la relazione tra pianeta ed essere umano. Talvolta prende tutto il suo tempo, sembra divagare, crea dimensioni spazio-temporali che poco hanno a che fare con il normale tempo cinematografico e la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”  ma non possiamo negare la sua incredibile capacità di entrare in contatto con chi guarderà il film. In questo breve documentario Herzog lascia che le aspettative proprie e di chi attende la catastrofe si condensino in una dimensione instabile.

                                                                                                                         Dipinte in queste rive.

La prima immagine di un film di Werner Herzog, Kaspar Hauser, la vidi quasi due decenni or sono nella gloriosa saletta Achab: un campo di grano mosso dal vento con il commento sonoro del Canone di Pachelbel. Un incontro folgorante. Seguiva una didascalia dal Lenz di Büchner: Non sentite ovunque queste grida di terrore che normalmente chiamano silenzio? E poi la vicenda del buon selvaggio. Herzog mi si presentava come il regista degli ultimi, dei diversi, delle minoranze, dei folli sapienti e veggenti. Lucido e visionario.

Tre anni dopo Kaspar, Herzog inventa con La Soufrière una forma di narrazione cinematografica sospesa tra invenzione e realtà, percezione ed immaginazione. Allo spettatore il compito di ricucire gli strappi del visibile, squarciarne l’apparenza alla ricerca di una verità che nessun occhio umano o tecnologico potrà mai inquadrare. Viene messa in scena l’idea della catastrofe come fallimento del genere umano e della sua pretesa di dominio e controllo del pianeta. Fallisce anche il poco plausibile progetto di filmare la catastrofe. Gli attori del dramma: una natura potente, implacabile e beffarda (persino gli animali invadono gli spazi abbandonati dagli uomini), la paura degli uomini “civili”, parassiti della terra, presenze non necessarie, spettri come la città che abbandonano, la resilienza di chi è diverso, di chi sa attendere e accettare i disegni misteriosi e imperscrutabili della natura, un contadino filosofo, un savio ignorante, un nuovo Empedocle. Scopriamo con lui l’unicità e la ricchezza di ogni individuo, del suo idioma. Ad un certo punto intona una canzone, diventa uno sciamano. Egli solo non va incontro al fallimento: per lui la morte non è un trauma, ma un evento naturale. La natura resta là, sublime e terrificante. L’arte e la scienza non riusciranno mai a catturarne il mistero.

In In to the Inferno del 2016, documentario in cui visita alcuni tra i più attivi e pericolosi vulcani della terra insieme a uno scienziato conosciuto durante le riprese in Antartide di Incontri alla fine del mondo, Herzog introduce il racconto della sua esperienza di 40 anni prima nell’isola di Guadalupa con le seguenti riflessioni: “È un bene che esistano i vulcani. Ci fanno comprendere che il suolo su cui camminiamo non è stabile. Niente di ciò che facciamo è permanente, non c’è nessuna permanenza negli sforzi degli esseri umani, nessuna permanenza nell’arte e nella scienza.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandro Aiello
Nato a Catania nel 1961, dove vive e lavora, è autore di video di ricerca, documentari, drammi radiofonici, opere audio, collages su carta.